Liberal-è?
Ospite di circa un milione fra le più svariate trasmissioni del palinsesto televisivo e radiofonico, il Cavaliere si è tenacemente speso per portare a conoscenza degli italiani quelle che, a suo dire, sarebbero state «le mille e mille opere» compiute dal suo Governo per trasformare la nostra malconcia Italia in un paese più forte e libero.
Tutto ciò, come lui stesso sottolinea gongolante, nonostante la sterile fellonìa ostativa delle sterminate schiere di nemici di dentro e fuori. Chiariamoci fin da subito: non nutriamo alcun dubbio circa il fatto che, bene o male, il nostro paladino sia dotato di un ben più alto tasso di digeribilità rispetto agli altri pesantissimi salumi di questa e dell’altra sponda. Parimenti, nessun dubbio sorge al momento di interrogarsi sulla sua onesta e buona fede.
Il problema si pone, e in maniera piuttosto seria, nel momento in cui lo si sente, giusto dopo essersi ingenuamente speso nell’apologia di diversi provvedimenti decisamente scellerati e liberticidi, proporsi orgogliosamente come l’unico ed ultimo patrio bastione posto a guardia dei tanto assediati e vituperati valori del Liberalismo.
Che il Liberalismo sia stato, e tuttora sia, in lungo e in largo odiato, mistificato e combattuto senza quartiere non è certo una novità o una peculiarità della politica italiana dell’ultimo decennio. Fin dalla sua nascita questo è sempre accaduto in maniera continuativa e con livelli di virulenza variabili, ma generalmente piuttosto elevati. Mai come ora, però, il nocumento era stato portato al prestigio di tale sfortunata quanto saggia dottrina proprio da chi ha preteso d’esserne supremo paladino difensore.
E’ bene tenere a mente con saldezza che “liberali” non si è, né si diventa, per il solo fatto d’essere quelli meno socialisti fra tutti gli altri; né, ancora meno, lo si diventa in ragione di mere e vagheggianti autoproclamazioni in tal senso.
Lo si è, e lo si dimostra, solamente perseguendo una saggia e modesta pratica politica, figlia legittima di una sana, corretta e razionale teoria. Sciaguratamente, a giudicare dai fatti, sembra proprio che il nostro Cavaliere abbia deciso di dare ben poca, se non alcuna, importanza a questa semplice e sempre valida regola di libertà.
Come se non bastasse, e non pochi di voi avranno certamente avuto modo di notarlo, il nostro infaticabile premier si è anche preso la briga di assumere interamente sulle proprie spalle, il titanico peso dell’amministrazione dell’ultimissimo e più innovativo dei “monopoli di stato”, da lui stesso creato: l’Ufficio Patenti di Liberalismo, inevitabile apice di un percorso tutto all’insegna della difesa della sacra libertà. Almeno così parrebbe essere.
Dinnanzi ad una simile e curiosa situazione sorge spontanea una domanda. Per capire dunque se la quattordicesima legislatura che se ne va, sia davvero stata saggiamente guidata da un governo liberale è necessario e sufficiente porsi un’unica domanda. «Ha il governo difeso –in primo luogo da sé medesimo- la libertà, la proprietà e la vita dei propri governati?»
Dal momento che “vita” non significa altro che la piena e assoluta proprietà di ogni persona su sé stessa e “libertà” non è altro che la possibilità, senza limite che non sia naturale o volontario, di fare ciò che si vuole con sé stessi e con beni con sé stessi acquisiti, espressa intermini pratici, la domanda corretta è, semplicemente: «Ha difeso il governo –in primo luogo da sé medesimo- la proprietà di ciascuno di noi poveri governati?»
La tesi che qui si vuole sostenere è che ciò non è stato fatto, e che anzi siano stati commessi gravi errori nell’ottica della difesa della proprietà, quell’unico sacro istituto capace di garantire pace e benessere fra tutti i popoli e le genti sulla Terra.
Io non nego (e d’altronde, da uomo onesto, come potrei mai?) che il Cavaliere si sia ritrovato, per cause indipendenti dalla sua volontà, in una situazione decisamente spiacevole, del tutto analoga a quella in cui si trovi lo sfortunato che debba condurre la notte una macchina vecchia, scassata e male funzionante, costeggiando orridi e scoscesi precipizi per strade lunghe e accidentate e, come se ciò non bastasse, occupata da passeggeri rissosi e per niente collaborativi.
Nonostante ciò, dal punto di vista di chi cerca di dare una risposta alla domanda proposta, è del tutto ininfluente la buona volontà. Ciò che unicamente conta sono i fatti. Per prima cosa, essi ci dicono che sono state investite ingentissime risorse per la realizzazione di numerose opere pubbliche. Il che, di per sé, non rappresenta certamente una strategia liberale. Al contrario, come dimostrano le politiche degli stati totalitari o affini –esempio lampante il fascismo- di ieri e di oggi, questa è piuttosto una caratteristica degli stati socialisti. I tanti soldi necessari alla realizzazione di ciò che lo Stato arbitrariamente ritiene essere “utile” e quindi, in un contesto di welfare-state automaticamente meritorio del proprio intervento, sono inevitabilmente soldi sottratti dalle tasche di noi cittadini. Ovviamente, persino il più illuminato degli uomini di stato (cosa che il Cavaliere, purtroppo, non è) potrebbe sbagliare nello stilare i suoi freddi calcoli. Così, tutto ciò non significherebbe altro che aver sottratto ad ogni cittadino la possibilità di usufruire di quelle scelte imprenditoriali realmente corrispondenti alle aspirazioni e ai desideri della società stessa. Poco varrebbe obiettare sul gran numero di posti di lavoro “creati” dai lavori pubblici. Essendo la ricchezza sempre la stessa, per ogni occupato in questi deve essercene per forza uno inoccupato in qualche altro settore. Ed è assolutamente plausibile che, essendo stata annientata per mano del governo la forza regolatrice del libero mercato e con essa la capacità degli imprenditori privati di poter operare sulla base di calcoli corretti, siano stati sacrificati proprio i posti di lavoro altrimenti spettanti ad altri ambiti produttivi individuati dagli imprenditori come più produttivi, e cioè corrispondenti ai veri desideri dei consumatori.
Un semplice esempio pratico. Finanziare la costruzione di certe arterie stradali, comunemente salutate con entusiasmo, potrebbe significare sottrarre risorse al settore del trasporto marittimo. E se ci si dovesse accorgere solo una volta completate che in realtà sarebbe stato meglio consentire il miglioramento dell’opzione trasporto marittimo? La teoria liberale è al riguardo inequivocabile. Che lo Stato lasci fare chi meglio sa e che al tempo stesso lo lasci nelle condizioni di farlo: difenda la proprietà!
Ma se i problemi fossero stati questi, poco male. In fondo, l’Italia vanta ancora gli arretrati di almeno mezzo secolo di apatia governativa! Il guaio è, purtroppo, che vi sono stati anche dei provvedimenti decisamente, oltre che apertamente illiberali, cattivi e stupidi. Volendone prenderne tre a caso, è ben facile richiamare alla memoria i provvedimenti ultrapolizieschi inerenti alla proibizione del fumo nei locali “pubblici”, la superflua e sgradevolmente paternalistica riforma del codice della strada ed infine l’idiota legge, nuova di zecca, retrivamente proibizionista, tanto voluta dai nazional-socialisteggianti destrorsi e, ahimè, non solo. Si potrebbero, volendo, aggiungere anche diversi aspetti relativi alla –a tratti perversa- riforma della scuola. Ma, consapevoli che a ciò occorrerebbe, più che un articolo, un grosso libro, ci limitiamo a notare che il problema di un’istruzione inefficiente è la naturale logica conseguenza di un’istruzione pubblica, “gratuita” ed obbligatoria: simul stabunt aut simul cadent. Chiaro, no?
Tornando ai tre misfatti, è evidente come essi siano pesantemente lesivi di quell’unico diritto -la proprietà- che un governo liberale dovrebbe tutelare. Il primo, inerente al fumo nei locali “pubblici”, si configura evidentemente come una grave violazione del diritto dei proprietari di decidere come meglio credono delle loro stesse proprietà. Ad aggravare le cose, il fatto che il divieto sia scattato nell’ambito di un’operazione di salute pubblica di più ampie proporzioni che ha sortito l’effetto di fare dei fumatori una minoranza di cittadini di serie B, una piccola comunità più da perseguitare che da compiangere. Il che non è, evidentemente, per niente liberale.
Riguardo alla riforma del codice della strada c’è da dire, come prima cosa, che ha tutta l’aria d’esser stata il cavillo che ha permesso al legislatore di nicchiare sulle questioni realmente importanti. Ad ogni modo, cosa liberale sarebbe che ognuno, nella propria macchina possa fare ciò che gli pare -fumare, telefonare, fare altro- con l’unica preoccupazione di essere eventualmente responsabile per i danni arrecati a terzi coinvolti in incidenti causati dalla sua imperizia. E’ dovere dello Stato difendere gli onesti dai disonesti. Aiutare i danneggiati ad essere risarciti dai danneggianti. Invece, a guardare bene, ci si rende conto che ciò che si vuole è, ancora una volta, difendere ciascuno di noi da sé stesso! Adulti e sani di mente, veniamo considerati come degli imbecilli masochisti capaci, chissà perché, d’essere razionali ed infallibili giusto quando suona la campanella elettorale… Tutto ciò, lasciando in bocca il gusto amaro del dubbio che il Governo abbia voluto rafforzare l’idea che la proprietà dai nostri corpi faccia capo ad esso e non a noi stessi. Il che non è, evidentemente, per niente liberale.
La stessa cosa vale per il terzo provvedimento cui si è fatto cenno: equiparazione droghe leggere e pesanti ed inasprimento delle pene per reati connessi al traffico delle stesse. E’ qui ancor più evidente la becera violenza con cui il Governo (fortemente pungolato da quel gran proibizionista che è solito camminare impettito a mezzo metro da terra) rivendica a sé il diritto di stabilire quali sostanze ciascuno di noi possa o meno introdurre nel proprio corpo, negandoci così implicitamente la proprietà di noi stessi. La perfetta conferma della teoria secondo cui il cittadino altro non è che un mero produttore di ricchezza al servizio del proprio padrone: lo Stato. Il che non è, evidentemente, per niente liberale.
Sarebbe neccessario anche un cenno alle omissioni del presunto Governo d’ispirazione liberale. Oltre queste spruzzate di mefitico grigiore socialisteggiante ricordate, è infatti lungo l’elenco dei provvedimenti che sarebbero stati necessari per poter parlare davvero di “governo liberale”. E che avrebbero certamente segnato l’inicipit di una società veramente più giusta e prospera. Ricordiamo insieme qualche esempio di queste mancanze che ci rendono così fortemente critici ed insoddisfatti. Prima di tutto, una vera riforma del sistema pensionistico, madre di tutte le riforme liberali, sulla base del modello cileno dalla collaudata efficienza. Un taglio drastico alla tassazione e, in corrispondenza, ad una altrettanto vasta quota di spesa pubblica. Privatizzazione di un’infinità di servizi pubblici (cioè inefficienti). Senza dimenticare la necessità di rintuzzare a muso duro il monopolismo tracotante dei sindacati e delle tante corporazioni, che stanno alla salute dell’economia nell’esatta maniera in cui il cancro sta a quella degli uomini. L’elenco, evidentemente, potrebbe prolungarsi per pagine intere.
Ciò su cui, in conclusione, vale invece la pena soffermarsi, è che la legislatura berlusconiana è stata contraddistinta non da uno spirito informatore liberale quanto, piuttosto, da uno più decisamente socialista. Due cose mi hanno profondamente colpito in negativo. La prima è che, nonostante da oltre un decennio prenda lezioni da professori di tutto rispetto, il Cavaliere non dà solamente a tratti l’impressione di capire realmente cosa sia il Liberalismo. Fatto che, converrete con me, renderebbe difficile a chiunque metterne in pratica i principi.
La seconda, è stata questa sua affermazione: «…sono un liberale di sinistra…». Ora, se qualcuno dei lettori riuscisse a farsi un’idea di cosa possa voler significare una simile idiozia, complimenti. Ma si consideri che in Italia, e in generale in Occidente, l’espressione “di sinistra” significa inequivocabilmente socialista.
Alla luce di tutte queste considerazioni verrebbe da pensare che la definizione giusta per il Cavaliere sia quella di liberal, che davvero poco ha a che fare con il Liberalismo. Salvo poi, volgendo lo sguardo verso i provvedimenti che hanno così duramente colpito quelle che sono tradizionalmente descritte come “libertà personali”, rendersi conto che neppure di liberal si può parlare. E dunque? Né liberale né liberal… si è per logica costretti ad inferire che l’etichetta giusta per il caro Cavaliere sia semplicemente quella di “conservatore cattolico”. E questo, nel Paese dei cinquant’anni di governi democristiani, la dice molto, ma veramente molto, lunga. E così, mentre qualche ingenuo crede ancora alla favoletta della “seconda Repubblica”, gli autentici liberali continuano ad essere ampiamente snobbati a causa della loro ricalcitranza nel voler credere che “l’asino voli”. Ed ad essere privati della patente di “liberalismo”. Meno male; liberali non si è, né si diventa, per il solo fatto d’essere quelli meno socialisti fra tutti gli altri!