mercoledì, 29 marzo 2006

L’altro giorno, ho cercato -fra me- di fare il punto su come stanno le cose della politica. Devo ammettere che lo sconforto è dei più desolanti. Socialisti in quantità a destra e a manca… Ma forse un po’ di più a manca che a destra. Dunque, benché con disincanto e senza alcuna passione, ho fatto la mia scelta su chi buttare giù dalla torre. Ma, si badi bene, ciò che segue è dedicato ai socialisti di tutti i partiti 

 

Promemoria PER GLI INGENUI: E’ BENE… NON FARSI FREGARE!Da qualche giorno, la Sinistra si sta evidenziando per una deriva particolarmente virulenta del modus operandi nell’ambito della campagna militar-elettorale. Fra le tante storture cui il rassegnato cittadino è costretto a soggiacere, quella che più svetta è rappresentata dalla solenne quanto arrogante proclamazione della propria (presunta) superiore attitudine a discernere il bene dal male. Di per se, il fatto non rappresenta nulla di nuovo. Già da tempo è nota la secolare presunzione di superiorità degli amici di Fourier e Saint-Simon sul resto del genere umano, sintomo, e allo stesso tempo rimedio inefficacie, dell’altrettanto secolare problema di autostima endemico nei socialisti di ogni dove e quando. Non bisogna però sottovalutare le implicazioni che intrinsecamente conseguono dalla -per l’ennesima volta- rediviva presunzione fatale, lasciandosi ingannare dal fatto che essa si palesi alla vigilia di un appuntamento elettorale dall’esito quanto mai incerto. Certo, pare cosa ovvia che ciascun partito sostenga di essere portatore di idee tout court “superiori” a quelle dei propri avversari. Ma è proprio per quest’equivoco che, in simili situazioni, è necessario vigilare con integerrima severità allo scopo di impedire che la tirannide possa muovere altri passi in avanti. Non dobbiamo di ritenere, dinnanzi a simili affermazioni, di avere a che fare con le consuete sciocchezzuole, di per sé di poco conto, giovevoli giusto ad abbindolare gli elettori più creduloni ed indifesi. Un simile atteggiamento, significherebbe ricadere nello stesso l’errore troppe volte commesso in passato da chi ingenuamente ha ceduto alle lusinghe dei folli sognatori “illuminati”, per vedere poi la propria fiducia ricambiata da null’altro che miseria e terrore. Rimarrà sempre come imperituro monito la Rivoluzione francese, nonché tutti i suoi legittimi figli che hanno funestato in lungo e in largo il Novecento, a buona ragione ribattezzato “il Secolo del male”. Figli legittimi sì, ma in ogni caso bastardi! Allo stesso modo, non si potrebbe -in verità- trovare parola più gentile neanche per i legittimi nipoti e pronipoti di italica nascita. Le prossime elezioni potrebbero realmente essere il punto di non ritorno per l’itinerante carovana politica e (in)civile italiana. Il 9 aprile ciò che davvero farà la differenza, sarà il grado di consapevolezza che ognuno di noi avrà raggiunto circa le conseguenze della conquista da parte dei presuntuosi utopisti figli della Fraternité e ingenui (o bastardi!) fiancheggiatori, dell’unico bastione del potere al momento non occupato. Suppongo che, a questo punto, qualche lettore potrebbe rimanere perplesso per la durezza di simili accuse ad analogie. Me ne rendo conto. Quasi sempre, purtroppo per noi, la rima fra onestà e ingenuità va oltre la semplice metrica. Ma insisto. Ciò che realmente da motivi per rimanere basiti è come questa sinistra fiumana di materia fangosa, celebratrice tracotante della propria superiorità, punti diritta a strabordare oltre i deboli argini della semplice campagna elettorale per travolgere, con la sua enorme, la sua vittima preferita: la libertà. Accendendo il televisore in questo momento, voi stessi li potete sentire pontificare, questi santi sacerdoti dello Stato servile. Impartiscono solenni benedizioni di democrazia. Recitano rosari di solidarietà. Esortano (gli altri) all’umiltà ed alla fratellanza. Ma soprattutto, come tutti i folli pianificatori sociali, si piccano di essere gli unici a sapere alla perfezione, diversamente da chiunque altro, quale sia e come debba funzionare la società giusta.   E’ la società in cui, come tutte quelle nate dalla fantasiosa mente dei presuntuosi sognatori, c’è ben poco spazio per la libertà e la scelta individuale. A che cosa servirebbero, infatti, -se non a scompigliare i perfetti piano governativi- dal momento che i nostri “illuminati” governanti saprebbero alla perfezione ciò che per noi è bene e cosa male? Perché ostinarsi nel chiedere di poter scegliere in un mercato libero quando sarebbe l’efficiente e saggia burocrazia a decidere cosa è bene per ciascuno di noi? Ecco, dunque, il magnifico modello di società giusta. Una società in cui siamo noi cittadini a doverci piegare ai capricci dello Stato e non, come sarebbe naturalmente logico, una in cui sia lo Stato ad essere un nostro neutrale ed umile servitore che si adegua alle preferenze e alle regole che tutti noi creiamo liberamente interagendo giorno per giorno. Di nuovi paradiso in Terra, non sappiamo che farcene. Sappiamo cosa abbiano sempre rappresentato, ed è per questo che dinnanzi a qualsiasi ipotesi di società “perfetta” non smetteremo mai di chiedere a gran voce un’umile società libera. Che non è una quella in cui l’uomo sia ridotto a mero esecutore di ordini, nel nome -magari- del bene comune. Non è la società dell’istruzione monopolizzata. Né una società in cui si stenti a riconoscere di essere veramente padroni di se e del proprio lavoro. Non è una società in cui è il governo a decidere di quanta beneficenza c’è bisogno e a chi spetti. Non è libera una società in cui le leggi naturali dell’economia siano disconosciute e contraddette dal capriccio degli “economisti” governativi. Quella in cui regni il ricatto degli oligarchi, delle corporazioni, dei sindacati e dei monopoli, non è una società libera. E se tutto questo è ciò che i sognatori reputano essere il bene, beh, sappiano che da oggi il male troverà adepti a iosa. Perché non esistono bocche della verità in grado di rivelare il bene assoluto. Perché i governanti non sono che uomini. Perché l’unico vero bene è quello di non farsi fregare.

postato da: marcomura alle ore 11:29 | Permalink | commenti (4)
categoria:politica
sabato, 25 marzo 2006

Nominato dal mio vicino Ventinove Settembre, sono costretto a trattare di un argomento “curioso”, di carattere decisamente personale. Vediamo allora il mio rapporto con…

GOLA

In assoluto il mio vizio più irrecuperabile. Ogni volta che apro un contenitore o sollevo un coperchio, non lo richiudo fino a quando non vedo il fondo! Quindi si può dire, a buon diritto, che questo è l’unico modo perché il mio stomaco, autentico pozzo senza fondo, ne possa vedere uno! Perché i progressisti buonisti devono continuare a rompere con la storia degli africani bambini affamati… non è mia la colpa se disconoscono il diritto di proprietà a favore della legittimazione di governi tirannici (appoggiati dal fortemente statualizzato Occidente). Perché diavolo qualcuno non si occupa della mia di fame, maggiore di tutta quella dei poveri negretti messi insieme, e nonostante io ritenga sacra la proprietà e odi governi i suoi nemici? Dannazione!

SUPERBIA

Questa non è necessaria. Onestamente, mi capita, ripensando soddisfatto ai miei poderosi ragionamenti, di sentirmi davvero imbattibile. Ma non sono che sporadici momenti. Le difficoltà della vita sono talmente tante che non è per niente opportuno ritenere di poter avere il Mondo ai propri piedi. Nessuno può… non siamo che uomini. E la presunzione fatale è ignoranza reale!

IRA

M’incazzo solo quando certe teste di merda non mi riconoscono il giusto. E quando penso ai diabolici meccanismi con cui il nostro nemico, lo Stato, ci rende e ci mantiene succubi schiavi delle persone più ignoranti e cattive che camminino sulla Terra.

Per il resto, libertario coerentemente secessionista, ho sempre sostenuto il legittimo diritto degli irlandesi a resistere alla tirannia britannica. Viva Bobby Sands!

LUSSURIA

Pervertito, ma tendenzialmente predisposto ai piaceri della mente.

INVIDIA

Molto, molto, molto invidioso. Ma di un’invidia costruttiva. Non quella dei socialisti che li porta a cercare fottere l’onesto lavoro delle persone più capaci. La mia agisce in maniera coerentemente prasseologica: i miei desideri tendono a far sì che io mi migliori per poterli realizzare. Misesiano…

AVARIZIA

Dubito che al Mondo esista una sola persona con preferenza temporale bassa -almeno- quanto la mia. Si direbbe quindi che sia un perfetto capitalista. In realtà… appena raggruzzolo una certa somma, la investo nella migliore maniera possibile: libri, libri, libri. Converrete con me che sempre di capitalismo si tratta!    

ACCIDIA

A periodi decisamente molta. Ma sono pusillanime solo dinnanzi alle cose che sono costretto a fare ma che in fondo non m’interessano né appassionano minimamente. Ma, dite la verità, chi non diventerebbe accidioso se fosse costretto ad imparare a memoria ogni singola stupida riga scritta da San Keynes? Da tagliarsi le palle all’istante!

(Mi spiace ma, per quanto mi riguarda, la cosa finisce qui. Sono da poco in rete e non ho altri amici da molestare... sorry!)

postato da: marcomura alle ore 17:44 | Permalink | commenti
categoria:facezie
lunedì, 20 marzo 2006

Liberal-è?

Ospite di circa un milione fra le più svariate trasmissioni del palinsesto televisivo e radiofonico, il Cavaliere si è tenacemente speso per portare a conoscenza degli italiani quelle che, a suo dire, sarebbero state «le mille e mille opere» compiute dal suo Governo per trasformare la nostra malconcia Italia in un paese più forte e libero.

Tutto ciò, come lui stesso sottolinea gongolante, nonostante la sterile fellonìa ostativa delle sterminate schiere di nemici di dentro e fuori. Chiariamoci fin da subito: non nutriamo alcun dubbio circa il fatto che, bene o male, il nostro paladino sia dotato di un ben più alto tasso di digeribilità rispetto agli altri pesantissimi salumi di questa e dell’altra sponda. Parimenti, nessun dubbio sorge al momento di interrogarsi sulla sua onesta e buona fede.

Il problema si pone, e in maniera piuttosto seria, nel momento in cui lo si sente, giusto dopo essersi ingenuamente speso nell’apologia di diversi provvedimenti decisamente scellerati e liberticidi, proporsi orgogliosamente come l’unico ed ultimo patrio bastione posto a guardia dei tanto assediati e vituperati valori del Liberalismo.

Che il Liberalismo sia stato, e tuttora sia, in lungo e in largo odiato, mistificato e combattuto senza quartiere non è certo una novità o una peculiarità della politica italiana dell’ultimo decennio. Fin dalla sua nascita questo è sempre accaduto in maniera continuativa e con livelli di virulenza variabili, ma generalmente piuttosto elevati. Mai come ora, però, il nocumento era stato portato al prestigio di tale sfortunata quanto saggia dottrina proprio da chi ha preteso d’esserne supremo paladino difensore.

E’ bene tenere a mente con saldezza che “liberali” non si è, né si diventa, per il solo fatto d’essere quelli meno socialisti fra tutti gli altri; né, ancora meno, lo si diventa in ragione di mere e vagheggianti autoproclamazioni in tal senso.

Lo si è, e lo si dimostra, solamente perseguendo una saggia e modesta pratica politica, figlia legittima di una sana, corretta e razionale teoria. Sciaguratamente, a giudicare dai fatti, sembra proprio che il nostro Cavaliere abbia deciso di dare ben poca, se non alcuna, importanza a questa semplice e sempre valida regola di libertà.

Come se non bastasse, e non pochi di voi avranno certamente avuto modo di notarlo, il nostro infaticabile premier si è anche preso la briga di assumere interamente sulle proprie spalle, il titanico peso dell’amministrazione dell’ultimissimo e più innovativo dei “monopoli di stato”, da lui stesso creato: l’Ufficio Patenti di Liberalismo, inevitabile apice di un percorso tutto all’insegna della difesa della sacra libertà. Almeno così parrebbe essere.

Dinnanzi ad una simile e curiosa situazione sorge spontanea una domanda. Per capire dunque se la quattordicesima legislatura che se ne va, sia davvero stata saggiamente guidata da un governo liberale è necessario e sufficiente porsi un’unica domanda. «Ha il governo difeso –in primo luogo da sé medesimo- la libertà, la proprietà e la vita dei propri governati?»

Dal momento che “vita” non significa altro che la piena e assoluta proprietà di ogni persona su sé stessa e “libertà” non è altro che la possibilità, senza limite che non sia naturale o volontario, di fare ciò che si vuole con sé stessi e con beni con sé stessi acquisiti, espressa intermini pratici, la domanda corretta è, semplicemente: «Ha difeso il governo –in primo luogo da sé medesimo- la proprietà di ciascuno di noi poveri governati?»  

La tesi che qui si vuole sostenere è che ciò non è stato fatto, e che anzi siano stati commessi gravi errori nell’ottica della difesa della proprietà, quell’unico sacro istituto capace di garantire pace e benessere fra tutti i popoli e le genti sulla Terra.

Io non nego (e d’altronde, da uomo onesto, come potrei mai?) che il Cavaliere si sia ritrovato, per cause indipendenti dalla sua volontà, in una situazione decisamente spiacevole, del tutto analoga a quella in cui si trovi lo sfortunato che debba condurre la notte una macchina vecchia, scassata e male funzionante, costeggiando orridi e scoscesi precipizi per strade lunghe e accidentate e, come se ciò non bastasse, occupata da passeggeri rissosi e per niente collaborativi.

Nonostante ciò, dal punto di vista di chi cerca di dare una risposta alla domanda proposta, è del tutto ininfluente la buona volontà. Ciò che unicamente conta sono i fatti. Per prima cosa, essi ci dicono che sono state investite ingentissime risorse per la realizzazione di numerose opere pubbliche. Il che, di per sé, non rappresenta certamente una strategia liberale. Al contrario, come dimostrano le politiche degli stati totalitari o affini –esempio lampante il fascismo- di ieri e di oggi, questa è piuttosto una caratteristica degli stati socialisti. I tanti soldi necessari alla realizzazione di ciò che lo Stato arbitrariamente ritiene essere “utile” e quindi, in un contesto di welfare-state automaticamente meritorio del proprio intervento, sono inevitabilmente soldi sottratti dalle tasche di noi cittadini. Ovviamente, persino il più illuminato degli uomini di stato (cosa che il Cavaliere, purtroppo, non è) potrebbe sbagliare nello stilare i suoi freddi calcoli. Così, tutto ciò non significherebbe altro che aver sottratto ad ogni cittadino la possibilità di usufruire di quelle scelte imprenditoriali realmente corrispondenti alle aspirazioni e ai desideri della società stessa. Poco varrebbe obiettare sul gran numero di posti di lavoro “creati” dai lavori pubblici. Essendo la ricchezza sempre la stessa, per ogni occupato in questi deve essercene per forza uno inoccupato in qualche altro settore. Ed è assolutamente plausibile che, essendo stata annientata per mano del governo la forza regolatrice del libero mercato e con essa la capacità degli imprenditori privati di poter operare sulla base di calcoli corretti, siano stati sacrificati proprio i posti di lavoro altrimenti spettanti ad altri ambiti produttivi individuati dagli imprenditori come più produttivi, e cioè corrispondenti ai veri desideri dei consumatori.

Un semplice esempio pratico. Finanziare la costruzione di certe arterie stradali, comunemente salutate con entusiasmo, potrebbe significare sottrarre risorse al settore del trasporto marittimo. E se ci si dovesse accorgere solo una volta completate che in realtà sarebbe stato meglio consentire il miglioramento dell’opzione trasporto marittimo? La teoria liberale è al riguardo inequivocabile. Che lo Stato lasci fare chi meglio sa e che al tempo stesso lo lasci nelle condizioni di farlo: difenda la proprietà!

Ma se i problemi fossero stati questi, poco male. In fondo, l’Italia vanta ancora gli arretrati di almeno mezzo secolo di apatia governativa! Il guaio è, purtroppo, che vi sono stati anche dei provvedimenti decisamente, oltre che apertamente illiberali, cattivi e stupidi. Volendone prenderne tre a caso, è ben facile richiamare alla memoria i provvedimenti ultrapolizieschi inerenti alla proibizione del fumo nei locali “pubblici”, la superflua e sgradevolmente paternalistica riforma del codice della strada ed infine l’idiota legge, nuova di zecca, retrivamente proibizionista, tanto voluta dai nazional-socialisteggianti destrorsi e, ahimè, non solo. Si potrebbero, volendo, aggiungere anche diversi aspetti relativi alla –a tratti perversa- riforma della scuola. Ma, consapevoli che a ciò occorrerebbe, più che un articolo, un grosso libro, ci limitiamo a notare che il problema di un’istruzione inefficiente è la naturale logica conseguenza di un’istruzione pubblica, “gratuita” ed obbligatoria: simul stabunt aut simul cadent. Chiaro, no?

Tornando ai tre misfatti, è evidente come essi siano pesantemente lesivi di quell’unico diritto -la proprietà- che un governo liberale dovrebbe tutelare. Il primo, inerente al fumo nei locali “pubblici”, si configura evidentemente come una grave violazione del diritto dei proprietari di decidere come meglio credono delle loro stesse proprietà. Ad aggravare le cose, il fatto che il divieto sia scattato nell’ambito di un’operazione di salute pubblica di più ampie proporzioni che ha sortito l’effetto di fare dei fumatori una minoranza di cittadini di serie B, una piccola comunità più da perseguitare che da compiangere. Il che non è, evidentemente, per niente liberale.

Riguardo alla riforma del codice della strada c’è da dire, come prima cosa, che ha tutta l’aria d’esser stata il cavillo che ha permesso al legislatore di nicchiare sulle questioni realmente importanti. Ad ogni modo, cosa liberale sarebbe che ognuno, nella propria macchina possa fare ciò che gli pare -fumare, telefonare, fare altro- con l’unica preoccupazione di essere eventualmente responsabile per i danni arrecati a terzi coinvolti in incidenti causati dalla sua imperizia. E’ dovere dello Stato difendere gli onesti dai disonesti. Aiutare i danneggiati ad essere risarciti dai danneggianti. Invece, a guardare bene, ci si rende conto che ciò che si vuole è, ancora una volta, difendere ciascuno di noi da sé stesso! Adulti e sani di mente, veniamo considerati come degli imbecilli masochisti capaci, chissà perché, d’essere razionali ed infallibili giusto quando suona la campanella elettorale… Tutto ciò, lasciando in bocca il gusto amaro del dubbio che il Governo abbia voluto rafforzare l’idea che la proprietà dai nostri corpi faccia capo ad esso e non a noi stessi. Il che non è, evidentemente, per niente liberale.

La stessa cosa vale per il terzo provvedimento cui si è fatto cenno: equiparazione droghe leggere e pesanti ed inasprimento delle pene per reati connessi al traffico delle stesse. E’ qui ancor più evidente la becera violenza con cui il Governo (fortemente pungolato da quel gran proibizionista che è solito camminare impettito a mezzo metro da terra) rivendica a sé il diritto di stabilire quali sostanze ciascuno di noi possa o meno introdurre nel proprio corpo, negandoci così implicitamente la proprietà di noi stessi. La perfetta conferma della teoria secondo cui il cittadino altro non è che un mero produttore di ricchezza al servizio del proprio padrone: lo Stato. Il che non è, evidentemente, per niente liberale.

 Sarebbe neccessario anche un cenno alle omissioni del presunto Governo d’ispirazione liberale. Oltre queste spruzzate di mefitico grigiore socialisteggiante ricordate, è infatti lungo l’elenco dei provvedimenti che sarebbero stati necessari per poter parlare davvero di “governo liberale”. E che avrebbero certamente segnato l’inicipit di una società veramente più giusta e prospera. Ricordiamo insieme qualche esempio di queste mancanze che ci rendono così fortemente critici ed insoddisfatti. Prima di tutto, una vera riforma del sistema pensionistico, madre di tutte le riforme liberali, sulla base del modello cileno dalla collaudata efficienza. Un taglio drastico alla tassazione e, in corrispondenza, ad una altrettanto vasta quota di spesa pubblica. Privatizzazione di un’infinità di servizi pubblici (cioè inefficienti). Senza dimenticare la necessità di rintuzzare a muso duro il monopolismo tracotante dei sindacati e delle tante corporazioni, che stanno alla salute dell’economia nell’esatta maniera in cui il cancro sta a quella degli uomini. L’elenco, evidentemente, potrebbe prolungarsi per pagine intere.

Ciò su cui, in conclusione, vale invece la pena soffermarsi, è che la legislatura berlusconiana è stata contraddistinta non da uno spirito informatore liberale quanto, piuttosto, da uno più decisamente socialista. Due cose mi hanno profondamente colpito in negativo. La prima è che, nonostante da oltre un decennio prenda lezioni da professori di tutto rispetto, il Cavaliere non dà solamente a tratti  l’impressione di capire realmente cosa sia il Liberalismo. Fatto che, converrete con me, renderebbe difficile a chiunque metterne in pratica i principi.

La seconda, è stata questa sua affermazione: «…sono un liberale di sinistra…». Ora, se qualcuno dei lettori riuscisse a farsi un’idea di cosa possa voler significare una simile idiozia, complimenti. Ma si consideri che in Italia, e in generale in Occidente, l’espressione “di sinistra” significa inequivocabilmente socialista.

Alla luce di tutte queste considerazioni verrebbe da pensare che la definizione giusta per il Cavaliere sia quella di liberal, che davvero poco ha a che fare con il Liberalismo. Salvo poi, volgendo lo sguardo verso i provvedimenti che hanno così duramente colpito quelle che sono tradizionalmente descritte come “libertà personali”, rendersi conto che neppure di liberal si può parlare. E dunque? Né liberale né liberal… si è per logica costretti ad inferire che l’etichetta giusta per il caro Cavaliere sia semplicemente quella di “conservatore cattolico”. E questo, nel Paese dei cinquant’anni di governi democristiani, la dice molto, ma veramente molto, lunga. E così, mentre qualche ingenuo crede ancora alla favoletta della “seconda Repubblica”, gli autentici liberali continuano ad essere ampiamente snobbati a causa della loro ricalcitranza nel voler credere che “l’asino voli”. Ed ad essere privati della patente di “liberalismo”. Meno male; liberali non si è, né si diventa, per il solo fatto d’essere quelli meno socialisti fra tutti gli altri!
postato da: marcomura alle ore 18:08 | Permalink | commenti (3)
categoria:politica
mercoledì, 15 marzo 2006

Come molti di noi, la scorsa notte ho avuto la malsana idea di sorbirmi l'insopportabile litania pianificata portata avanti dal Cavaliere e (ancora peggio) dal Romagno. Intanto sono stati tutti e due, chi per un verso chi per un altro, pietosucci... ma certo, un minimo di simpatia è naturale che la si conceda al Berlusca. Tuttavia, non possiamo non denununciare come di strategia liberale per la prossima legislatura non se ne vedrà traccia. Niente di nuovo, certo. Ma poi il Berlusca non si lamenti qualora se ne dovesse tornare ad Arcore... In ogni caso lui non perde. I soli che perdono sono gli onesti lavoratori e gli amici della libertà. Ecco in realtà chi è che l'ha "perso" questo maledetto dibattito.

Con l'occasione allego un articolo CHE HO SCRITTO A META' DELLA SCORSA SETTIMANA, quando intimamente ancora  speravo ci si potesse risparmiare così tanta noia e delusione. In alcuni punti può sembrare (com'è ovvio che sia) fuoritempo. Ritengo che il ragionamento centrale sia di stetta attualità, visto che tutti pretendono di sapere chi ha "vinto". Da par mio, ho già detto... so chi ha perso...

ROMAGNO IL BUGIARDO E IL SUO FANTASTICO MONDO (IN BIANCO E NERO)
Come ormai anche le pietre sanno, è da diverse settimane che il Romagno nazionale va carponi in giro per l’Italia facendosi coraggio a forza di menzogne, in vista dell’eventualità –fra le altre cose-  di dover affrontare personalmente il Cavaliere in un dibattito televisivo all’ultimo sangue. L’idiozia  da lui più tenacemente sostenuta è quella secondo la quale un duello televisivo contro il Cavaliere egli l’avrebbe –a suo dire- già vinto nel Novantasei e che dunque, se solo lo volesse, sarebbe nuovamente in grado di compiere tale impresa ad occhi chiusi. Da parte nostra, avendo bene in mente l’incolmabile misura che separa i travolgenti consensi televisivi costantemente mietuti dal Cavaliere dello share e le scialbe predichette soporifere del diversamente abile Romagno, ci pare logico pensare che ciò che il pavido catto-comunista cerca di fare con questa penosa litania non sia altro che tentare di mettere le mani avanti in vista della una più che probabile déblâcle televisiva incipiente. Ecco perché l’astuto Principe dell’Emilia, intimidito a morte dalla spiazzante mossa con cui il Cavaliere, rinunciato alla conferenza stampa di fine legislatura, lo ha costretto alla singolar tenzone, ha assoluto bisogno che nelle menti degli italiani permanga l’idea di un suo precedente successo ai danni dell’odiato nemico. Ma le cose stanno davvero così? In tal caso, sulla base di quale dato sarebbe possibile sostenere una simile tesi? Tanto per cominciare, è necessario ricordare che all’epoca, pur perdendo le elezioni, il solo Polo senza la Lega superò alla Camera l’accozzaglia prodiana di ben 247.000 preferenze. Per non parlare del consueto mezzo milione (ma penso anche di più) di schede “nulle”… Noi, sappiamo bene che cosa questo significhi: schede che dovevano essere nulle. Fra persone oneste e di buon senso, chiunque concorrerebbe nel ritenere che questo solo dato non è in assoluto sufficiente per inferire che il risultato di quell’elezione possa dare ragione all’impertinente tesi vagheggiata dal Romagno e amici. A ben vedere, anzi, considerando anche gli ingentissimi consensi della Lega (ben sopra i tre milioni e mezzo) si ha conferma dell’esatto contrario! Scartato quindi il dato elettorale, per trovare una conferma all’impertinente tesi, sembrerebbe necessario tornare indietro nel tempo per valutare puntualmente quel dibattito dal punto di vista retorico. (Anche se forse, dal momento che si parla di politica sarebbe il caso di fare riferimento all’eristica, ma essendo questa l’arte del mentire sarebbe troppo facile –ahilui- dare ragione al Professore). A noi, ingenue persone oneste, pare evidente che persino un simile giudizio non possa condurre ad un verdetto oggettivo. Se pure esistessero uomini realmente terzi, infatti, sarebbe comunque impossibile trovarne uno che non si avvalesse, quantomeno inconsapevolmente,  di strumenti (erroneamente) ritenuti neutri ma di cui, in realtà, la stessa adozione non potrebbe che essere ritenuta soggettiva. L’imparzialità difficilmente può avere cittadinanza nel mondo dell’uomo  reale. D’altronde, inesorabilmente, le stesse regole sullo svolgimento di ogni confronto avvantaggeranno quasi sempre un contendente a scapito dell’altro (quasi sempre Berlusconi!). Poniamoci insieme la seguente domanda: «quali parametri retorici potrebbero essere assunti come metodo oggettivo per la valutazione degli esiti di un dibattito di natura politica?». La chiarezza espositiva, forse? Essa certamente non guasta, e sebbene generalmente accompagni un’argomentazione coerente, è da escludere in quanto potrebbe accadere che un argomento efficace  e corretto possa essere esposto in maniera confusa o comunque poco chiara. La capacità di confutare i ragionamenti dell’avversario? In un diverso ambito forse sì. Ma non nel nostro. Per ottenere un simile risultato, infatti, è sufficiente partire da un assunto falso (ad esempio citando dati manipolati, indagini faziose e così di seguito con tutto il campionario standard ulivista) e spacciarlo per vero, lasciando evidentemente l’avversario senza possibilità di replica efficacie. Possiamo, allora, indicare almeno la capacità di infervorare gli animi? Non direi, visto che capita spesso a molti di cadere facili prede della forza suggestiva di ragionamenti capziosi che non fanno altro che dire esattamente ciò che si vuole venga detto. Proviamo allora, ultima razio, con il criterio della verità? No. Purtroppo, anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, questa diventa presto l’unico argomento non importante e in ogni caso, sempre poco o niente remunerativo. Raccoglie senza dubbio più applausi un rozzo slogan irrazionale urlato in maniera prepotente ed ossessiva piuttosto che un ragionamento nitido e completo esposto con pacata cortesia. Ma se si mantiene un contegno pacato, ci sarà sempre l’idiota di turno che farà notare come questa non è che una prova del fatto che non si è realmente convinti delle idee sostenute. D’altro canto, comportandosi in modo un po’ “ruspante”, si sarà sicuramente biasimati per l’aver fatto una cattiva impressione su una certa fascia  di chissà quali blateroni benpensanti piagnoni (e forse, coglioni). A questo punto, abbiamo dimostrato ciò che volevamo: non esistono criteri per stabilire chi abbia oggettivamente vinto un duello politico televisivo. Di conseguenza, chiunque sostenga di averne vinto uno, lo fa con la stessa credibilità di coloro che sostengono di aver fatto lo spuntino di mezzanotte con gli “extraterrestri”. Non ha senso. Senza dimenticare, in terzo luogo, che –per confermare la prodiana tesi- sarebbe necessario interpellare ogni singolo elettore dell’armata prodiana alle elezioni di dieci anni fa e chiedergli se il proprio voto fosse stato determinato totalmente dall’esito del dibattito televisivo, evidentemente ritenuto favorevole al loro leader. Cosa che, ovviamente, ritengo assolutamente da escludere. E non solo per ragioni d’anagrafe. Che dire poi, di coloro che votarono per il Cavaliere? Imbecilli incapaci di riconoscere la verità? Antropologicamente inferiori, magari? Meditate sul recente Bush-Kerry… Poveri progressisti, non impareranno mai! E poi, in fondo, quanta importanza ad uno stupido agglomerato di vetro, plastica e metallo scosso dalla corrente elettrica! In conclusione però, quale sorpresa, siamo ora in grado di dire qual è stato il criterio secondo cui il geniale Romagno ha potuto, con divina certezza, stabilire di aver vinto il confronto televisivo con il Cavaliere. Gli è bastato darsi la risposta ad una semplice domanda: «Ho vinto io il duello contro quell’odioso bugiardo?». Molto probabilmente, la stessa che gli necessiterà porsi questa settimana. E fu così che nei tranquilli e poco assolati prati della quieta campagna del suo dover-essere, il pavido Don Romagno, poté vivere felice e sicuro dalle insidiose minacce e dalla crudele realtà del mondo reale. E beatamente incurante della cosa più importante; il mondo reale non può essere in bianco e nero.

postato da: marcomura alle ore 12:59 | Permalink | commenti
categoria:politica
venerdì, 10 marzo 2006

Caso Calderoli; l’ennesima pugnalata ad una libertà ormai negata

Vagonate e vagonate d’insopportabili geremiadi. In quantità industriale e per di più impacchettate nella peggiore forma che per esse sia mai stata trovata: ragli e nitriti in confezione mandria allargata. Ecco l’infecondo epilogo dell’ennesima e, a dir poco, scomposta fuga di massa dei pericolosissimi antropomorfi del già tristemente noto zoo di Roma, verificatasi in occasione della presunta bravata del ministro Calderoli. Cosa ci volete fare? Succede sempre così quando si è costretti ad avere a che fare con i nemici della libertà. Non è certo scoperta d’oggi che questa, in tutte le sue diverse espressioni, sia il bersaglio prediletto contro cui ama coagularsi allegramente questa odiosa genìa di cresciuti appesi al capezzolo di madre ignoranza e sorella stupidità. E’ però proprio di questi giorni la triste conferma che in politica, a parlare di libertà, non si trovano mai tanti nemici sul fronte opposto quanto quelli attestati invece su quello interno. A chiunque abbia orecchie e orecchi non sarà certo sfuggita la cosa.

I più solerti nella reprensione senza se e senza ma del nostro povero ex-ministo sono proprio coloro che avrebbero dovuto, invece, essere i primi e più solerti nella sua difesa. Poveri pazzi! Che misera italietta. Ancora una volta tutti a far la fila, trepidanti di ammazzare il proprio fratello, pur di tenere alto il tasso di grazia presso l’ennesimo ricattatore a dorso di cammello di turno. Quanti di noi non hanno avuto un sussulto nel percepire un ritorno indietro del tempo ad una ventina d’anni fa, quando la residenza della politica italiana sembrava essere, più che presso gli illuminati emicicli nostrani, presso qualche mal frequentata tenda in quel di Tripoli? Certo, si dirà, quella di Calderoli è stata l’inevitabile decapitazione necessaria come prezzo dell’italico asservimento al “ricatto” economico del tiranno libico. E’ quindi a questo punto che il bravo utilitarista di turno entra per l’ennesima volta in scena. Quatto quatto, sguardo austero e faccia saccente, ecco che il meschino teorema è servito. I tripolitanici delinquenti si sono sollevati solo ed unicamente perché a ciò indotti dal malvagio Calderoli. Gli episodi di cui questi stessi gentiluomini sono stati vittima sciaguratamente finiscono col danneggiarci. Ergo, è proprio Calderoli ad essere l’unica perversa causa del nostro danno. Ma egli non è che un solo uomo: al diavolo lui e il bene comune è salvo! Ancora una volta, questo pseudoconcetto da schiavisti socialisti dimostra di essere l’oppio dei deficienti ed il più odioso stupratore dell’agonizzante signorina Libertà.

Nessuno qui è così stolto dal non vedere come davvero ci si trovi dinnanzi ad un rompicapo perverso ed apparentemente irrisolvibile. Ed è, forse, anche vero che l’unica soluzione del momento sia quella di calare le braghe davanti al “decorato” di Lockerbie. Per capire perché e per colpa di chi è sufficiente scorrere le pagine di una qualsiasi puntuale pubblicazione di storia patria. Ma, preso atto di ciò e venendo al giorno d’oggi, l’unica cosa giusta da fare non è certo quella di continuare ad assecondare assuefatti il male funesto che ci assedia. E’ piuttosto quella di capirne il com’e perché, verificandone il senso e vagliandone le conseguenze. Mettendola in un'altra maniera, si può affermare che è necessario ragionare sulle conseguenze inaspettate, quelle “che non si vedono” che scaturiscono dalla sistematica negazione della libertà, di cui il caso qui in questione non è che l’ultimo di una lunga, lunghissima lista che temo sia ben al di là dall’esser chiusa.

Partiamo dall’inizio. Il nostro ministro, aveva o no il diritto di mostrare la famosa maglietta incriminata in quanto –presunta- blasfema? In altre parole, esiste una limite invalicabile entro cui debba essere costretta la libertà d’espressione di una persona? Cioè, ha senso sostenere che la libertà può e deve avere dei limiti?

Ciò che oggi più caratterizza il triste modo di pensare in materia è stato il precedente lungo far riferimento in passato a definizioni e concetti di libertà del tutto errati e fuorvianti. A furia di sottilizzare qua e là si è finiti col perderne la vera essenza. Capite bene che in una tale situazione viene poi estremamente semplice negare questo o quel diritto a seconda che l’oppressiva maggioranza d’intellettualoidi di turno (ed i loro amici dello zoo) abbia piacere di colpire Tizio, Caio o ancora meglio il nostro Calderoli. Ecco dunque da dove nasce l’importanza di allacciare l’idea di libertà ad un solo fatto universalmente e potenzialmente valido e riconoscibile ovunque e da chiunque, sulla Terra, sia disposto a mostrare buona volontà. Non necessitano voli troppo vertiginosi per comprendere che l’unico fatto rispondente a tale requisito sia quello che ogni uomo è padrone di sé stesso. Il che implica che egli sia dunque naturalmente legittimato ad usufruire di tutto sé stesso, mente e corpo per raggiungere i fini che più gli pargano e piacciano. A questo punto, esiste un limite a ciò? Dal punto di vista negativo certamente no, ma da quello positivo, in un certo senso si, ed è proprio quello derivante dal fatto che, proprio perché l’affermazione precedente è valida per tutti, l’uso della violenza contro un’altra persona determinerebbe per essa il detrimento del pieno possesso di sé stessa: diventerebbe così una proprietà altrui! Idem quando una persona è costretta a fare o non fare qualcosa cui non naturalmente obbligata o viceversa. A questo punto, abbiamo –seppur brevemente- ricostruito un giusto concetto di libertà da cui partire.

Ora, in funzione dell’analisi del caso di persecuzione del nostro coraggioso (è bene sottolinearlo, viste le cattive circostanze cui è stato e sarà soggetto) ministro, dobbiamo verificare in quali termini si ponga la cosiddetta “libertà d’espressione” nei confronti di presunti limiti esterni al concetto di libertà come autoproprietà. Sono almeno due le considerazioni che depongono inequivocabilmente a svantaggio dell’idea di un limite di questo aspetto della libertà. La prima è che solo ed unicamente la violenza non difensiva costituisce una lesione della proprietà di sé stesso di un terzo. La seconda è che ogni uomo -persino i tripolitanici imbecilli- essendo padrone di sé stesso è anche padrone del proprio pensiero. Il fatto (oltre a deporre contro qualsiasi ipotesi di legittimazione di istituti diabolici e miserabili come i reati d’opinione) ci mostra da una parte come sia assolutamente e totalmente legittima l’esternazione del proprio essere -qualunque essa sia- e dall’altra, ci indica che qualsiasi ipotesi di limitazione della “libertà d’espressione” implicherebbe che qualcuno coercitivamente (lo Stato, i capi maomettani fanatici ecc.) stabilirebbe cosa sia giusto pensare e cosa no, avvocandosi così il diritto di proprietà sul contenuto della testa dei terzi ascoltatori! Cosa ci troveremmo di fronte, dunque, se non la negazione del fatto che anche chi ascolta ha e continua in qualsiasi caso ad avere il possesso delle idee contenute nella sua propria testa? Ecco dunque come le nostre opinioni, non gradite a terzi, non sono più questione di proprio libero convincimento ma oscenità perniciose e meritorie di castigo.

Se Tizio pronunciasse l’espressione “Sempronio è antipatico” nel corso di una conversazione con Caio, neppure un contrariamente simpaticissimo Sempronio potrà mai naturalmente pretendere castigo per alcuno dei due. Punire Tizio significherebbe punirlo perché il contenuto della sua testa –da notare che se e quanto “sbagliata” possa essere non importa- non piace a Caio. Che così violerebbe l’unico vero diritto degli uomini razionalmente sintetizzabile.

E, non di meno, violerebbe anche la proprietà dell’ascoltatore Caio cui sarebbe evidentemente negata, non solo la proprietà delle idee contenute nella propria testa, ma anche la possibilità di attivare, formando e modificandola dinnanzi a diverse prospettive di verità, la mente di sua proprietà come lui stesso decide… così, sarebbe invece Sempronio a pretendere d’esercitare coercitivamente in qualche maniera (?) una modifica della mente di Caio determinando un’improbabile ipotesi che postulerebbe, così facendo, l’estensione della proprietà di Sempronio ad una parte della mente di Tizio: cosa evidentemente folle!

Probabilmente, dopo aver letto queste righe, diventa più chiaro capire da dove nasce la schiavitù. Alacremente respinta da tutti, in teoria. In pratica… beh, vedete voi!

Da parte nostra, diciamo ad alta voce “se qualcosa non ti piace fattene una ragione. Non ascoltarla più. Cerca di dimenticartela. Se ci riesci, dimostrami che sono io a sbagliare. Dato che non ci riesci ricorri a camomilla e valeriana o, se preferisci, accenditi il narghilè. Ma non pretendere mai e poi mai di negare la naturale pretesa di ciascun uomo di manifestare il suo naturale diritto all’autoproprietà nella maniera più naturale che esista in natura: la comunicazione!”

Negare questa assoluta pretesa significa negare il fondamento stesso di tutta la libertà. Che è una, unica ed adamantina perché ha tante facce quante sono le legittime pretese che di volta in volta legittimamente sono accampate a partire dalla proprietà di sé stessi.

Per quanto riguarda la questione dell’esistenza di una presunta blasfemia, pare ora più che ovvio che per quanto riguarda il naturale diritto comune fra gli uomini -e in senso più ampio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato- un simile concetto debba rimanere totalmente indifferente. Quelle religiose sono idee della mente esattamente come qualsiasi altre ed è perciò che non vi è alcun motivo perché non valga la spiegazione precedentemente proposta. Sta poi alle singole coscienze e sensibilità religiose muoversi di conseguenza, purché nel rispetto dell’altrui eguale libertà. Proprio corpo, propria mente, proprie magliette… Perciò, sottane e palandrane brontolone di ogni dove e come, fatevene una ragione. Tenete conto che una “buona religione”, una religione di -e per- uomini liberi che amano la pace non trema dinnanzi a blasfemia alcuna. Duemila anni di Cristianesimo stanno lì a dimostrarlo. Questa considerazione dovrebbe aiutare a gettare una luce diversa sulla diversa e scomposta reazione di chi postula, al contrario, schiavitù e violenza. Chi nella religione, chi nella politica. Avrete certamente notato il losco connubio trasversale!

L’ovvia morale è dunque che il nostro ministro Calderoli aveva il sacrosanto diritto di comunicare ciò che più gli piaceva, come più gli piaceva. Anzi, vedo e rilancio; visto come si sono mobilitate le potenti ed intolleranti forze censorie benpensanti di tutt’Europa, probabilmente quel gesto era più che un diritto un superiore dovere. Da tutti oggi condannato come oltraggiosa provocazione, ritengo che il gesto del nostro ministro debba senz’altro essere ascritto nella storia della libertà ed egli essere ricordato in futuro come il campione che ne tenne accesa la fiaccola in un brutto momento, in un brutto Paese e davanti a brutte facce.

Né toglie qualcosa controbattere tirando fuori le storie della “responsabilità, buonsenso istituzionale” e le altre simili stupidaggini di cui sono soliti ubriacarci gli oscuri tessitori del compromesso e del pensiero debole.  Un simile modo di s-ragionare sostiene l’esistenza di due codici morali, uno valido per i governanti ed uno per i cittadini contribuenti e pezzenti. State ben certi che a seconda di chi e quando ciò si tradurrebbe senz’altro nella legittimazione di qualsiasi nefandezza compiuta dai primi a scapito dei secondi. In una società giusta e libera non esistono differenze di sorta fra gli uni e gli altri. Il solo buonsenso dinnanzi cui un uomo libero si possa inginocchiare è quello di difendere e preservare ad ogni costo la propria libertà.

Ma c’è dell’altro. E’ anche sotto un’ottica utilitaristica che il servilismo del momento è, non solo nocivo oggi, ma anche ipernocivo domani. Rassegnarsi ad una testa nella cesta oggi significa inesorabilmente mettersi nella condizione di doverne accettarne dieci domani. Ma anche dieci, dinnanzi al bene comune che saranno mai? Ci sarà dunque ancora gioco… così la domanda che ci troveremo a fare dopodomani sarà “quante oggi, padrone?”. Ed il giorno dopo ancora? Meditate oscure ombre d’uomini dagli sguardi austeri e facce saccenti… questo è “ciò che non si vede.”

Perché ritenere fondamentali le tesi appena esposte? Semplicemente per dimostrare che non può considerarsi naturale l’esistenza di alcun limite alla libertà di comunicare ciò che più si piace e come più si piace. Certo, se volete siete pure liberi di scagliarvi livorosi contro le leggi di natura. Ma che fare poi, quando in uno sfortunato giorno di un prossimo orwelliano futuro (date le premesse probabilmente neanche troppo lontano) in cui saremo sgozzati in diretta tv se non accetteremo di farci impiantare dentro la testa il chip del pensiero “giusto” e politicamente corretto?

Il che, sempre nella speranza che nel frattempo non si rivalutino i metodi stregoneschi dell’uomo primitivo aduso a fracassare i crani (altrui, pensa un po’…) per liberare i propri simili da certi terribili spiriti malvagi, o come forse oggi sarebbe più appropriato dire, da certe “cattive idee”. Ma perché sono tormentato da uno strano senso d’angoscia? Forse perché quelle “cattive idee” possono essere le nostre?  

E, per concludere in bellezza, giusto qualche proposta di riflessione. Tanto per capire come davvero il marcio ci assedi.

E’ normale che il novello Goffredo di Buglione, già ammiratore di quell’italico Truce che fieramente sguainò la Spada dell’Islam e sostenitore numero uno dei patri parassiti statali, rivolga il proprio fiero impeto contro un ministro dell’unica forza che in Italia davvero si sia battuta per tenere alto il nome e l’idea di libertà, e che affonda le proprie radici nella radiosa epopea di quelle libere e cattoliche città settentrionali del Duecento italiano che i tiranni non li celebravano ma combattevano? Proprio quelle città da cui mosse i primi passi, proprio grazie ad un illuminato cattolicesimo tollerante, ciò che sarebbe poi diventato il moderno sistema di produzione capitalistico. Che, essendo l’unico ad avere mai garantito libertà e pace sulla Terra, è anche il nemico numero uno degli schiavisti socialisti di ogni religione e di ogni partito. Perché ogni volta che si pensa all’Islam ed ai suoi fiancheggiatori d’Occidente, viene fuori puzza di schiavitù? Allora, oh Buglione sguardo austero e faccia saccente, dimostra che ci stiamo sbagliando: rivolgi, per una sola volta, la tua superba furia contro quella parte che è l’unica veramente degna d’essere combattuta. Vincerà solo colui che non fugge.

 

P.S. ma, per quanto riguarda gli antropomorfi di quel terribile zoo? Anche loro hanno diritto alla libertà? Mah… la risposta è soggettiva e dipende unicamente dalle considerazioni che ognuno di noi ricava dal famoso “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”. Amen.
postato da: marcomura alle ore 14:08 | Permalink | commenti (2)
categoria:teoria
mercoledì, 08 marzo 2006
CHIATTE DI RIFIUTI E CARTA DA CULO QUOTIDIANA
Non che da libertario sia particolarmente interessato all'esito dell'odiosa cerimonia della religione pubblica che determinerà, per la quindicesima volta, quale dovrà essere la cricca di benevoli malfattori che per cinque anni occuperanno gli appestati scranni di quegli orrendi emicicli del costruttivismo siti in Roma, meglio conosciuti come "parlamento", al solo scopo di rapinare e defraudare i propri fratelli. Ma non posso fare a meno di notare, con l'ilarità di cui solo chi è al di fuori della mischia riesce a godere, la penosa gazzarra che vede impegnati in servizio permanente effettivo, babbei e baciapile d'ogni tipo e gradazione di socialismo. Come capita ad ogni vigilia di campagna elettorale, possiamo osservare il ben noto fenomeno per cui le grosse zoccole "rinsavite" ritrovano quasi per incanto la strada per potere arrivare a quell'oscuro porto da cui è possibile imbarcarsi su quella che è la chiatta considerata destinata a primeggiare fra le due (sic). Che è, invariabilmente, quella più gravida d'immonda sporcizia.
Nella giornata che proprio ora finisce, non si è assistito solamente all'astuta mossa con cui il Cavaliere si è -virtualmente, perché chi scrive dubita fortemente che questo duello del menga lo potrà mai vedere qualcuno- spianato la strada verso l'inflizione di una campale bastonata televisiva sul muso dell'odiato Romagno. E' successo anche, fatto di per sé insignificante, che il direttore di un importante rotolo di carta quotidiano, abbia apertamente dichiarato il suo folle amore per l'Armata di Romagna(o). Ci sono stati momenti della mia vita, a dire la verità piuttosto confusi, in cui sono stato addirittura propenso a ritenere che costui dicesse cose intelligenti e degne di rispetto. Fortunatamente oggi riesco a valutare molto più nitidamente i penosi casi della vita. E' questa la ragione per la quale ritengo che esso sia semplicemente un ottimo giornalista ma non una virgola di più. Per questo, lo ammiriamo e rispettiamo. Ma ciò non c'impedisce di farci beffe, come per chiunque altro, delle piccole grandi miserie intellettuali di cui costantemente si macchia ogni devoto tirapiedi dei social-comunisti florealizzati. Che in politica vinca il peggiore non è per noi certo novità. Quantomeno per il semplice fatto che questa è interamente fatta dai peggiori ed unicamente a vantaggio dei peggiori. Poco importa che il padrone cui si deve sacra riverenza ed illimitata lealtà ci frusti con la destra o con la sinistra. Di conseguenza, a ben vedere, poco importa lo stesso fatto di sceglierselo. La democrazia non è che l'esatta negazione della libertà. Ed infatti, coerenti e distaccati, ci premuriamo semplicemente di puntualizzare su alcune sozzure logiche rilevate nella scontata lettera d'amore.
Il governo Berlusconi non è stato né più né meno litigioso di altri. Né più di altri si è occupato di risolvere i problemi dei più cari amici. Se anche lo avesse fatto, ci sarebbe una sola cosa che lo distinguerebbe da qualsiasi altro governo di qualsiasi dove e quando: non avere usato la raffinatezza dei socialisti più brillanti. Qualsiasi uomo aiuta i propri amici e se può distrugge i propri nemici. Perché pensare che proprio la più pericolosa cricca di malfattori potrebbe astenersi da questa semplice costante dell'agire umano? Ma perché pensare che un governante di sinistra sia diverso da uno di destra?
L'alternanza è un bene solo per i voltagabbana, per gli oscuri tessitori dell'ombra e per i vili ed avari ricattatori d'ogni ispirazione. Inoltre è un concetto veicolante una forma subdola, ma non meno pericolosa, di nichilismo. Come ammettere, infatti, che la ragione possa stare ora da una parte ora dall'altra? Se, come gli stupidi ritengono, la democrazia sceglie i "migliori", com'è possibile che questi siano tali oggi ma fra cinque anni non più? Badate, la ragione è unica e non conosce limiti e confini, di spazio, di tempo e di nessuna sorta! Infatti, neppure loro sono coerenti. Perché non internare e riabilitare tutti gli elettori dello schieramento sconfitto?
Pare, dunque, la sentenza è inappellabile che i "migliori" di oggi e per i prossimi cinque anni siano Romagno e la sua banda. Ottimo. Una valida ragione per non votarli. In politica, i "migliori" sono coloro che meglio sanno tassare, che meglio sanno pianificare, che meglio sanno, reprimere e che meglio sanno distruggere ricchezza. Nel dubbio si potrebbe sperare un secondo lustro di vanaglorioso sorriso berlusconiano. Se è così incapace come dicono, dovrebbe essere il premier libertario per eccellenza. Purtroppo, le cose non stanno così.
Circa il concubinaggio Pannella-Boselli vanno respinte con forza ogni tipo di calunnie secondo cui quest'ultimo ed inutile bouquet di autoerotismo floreale rappresenterebbe un'encomiabile istanza di "laicismo temperato e istanze liberali". Liberali un par di palle! L'encomiabilità è la stessa del pastore che rinchiude nello stesso recinto la gallina e la volpe. E gli scemi fuori!
Auspicare un futuro in cui si possa godere della possibilità di andare a votare senza che tale gesto sia visto come "imposto da nessun'altra motivazione che scegliere chi è più adatto", qualsiasi cosa significhi, è un controsenso. Se mai fosse riconoscibile un "più adatto", questo stesso fatto sarebbe indicativo del raggiungimento di una condizione meta-umana. Ma a quel punto non sarebbero necessari nemmeno i governi. E neppure la democrazia tanto amata dai piagnoni adoratori della religione civile con tutti i suoi miserabili dogmi sull'onnipotenza della ragione dei "migliori". Che, infatti, al solo leggerli danno l'impressione di averne ben poca. Cattiva moda credere in ciò che non si capisce. Ancora più grottesco se questo è la ragione, inspiegabile persino da sé stessa!
Quando l'umanità capirà davvero chi sia il "migliore" dei governanti possibili, essa sarà libera. Una volta e per tutte. Lo stato e i suoi adulatori cazzuolai saranno solo un lontano e triste, tristissimo ricordo! 
postato da: marcomura alle ore 23:52 | Permalink | commenti (1)
categoria:polemica