lunedì, 22 maggio 2006

Una breve risposta a ilBuffone,
Ho impiegato giorni per questa robaccia sul matrimonio! Uhm… rileggi una seconda volta con più attenzione all’aspetto della natura della volontà. Comunque, c’è solo un’ipotesi in cui è possibile che il corpo è suscettibile di «passaggio a terzi mediante transizione». Precisamente il caso dello scambio di una sua parte. Ad esempio la vendita (o la donazione, purché immediata) di un organo. Sottolineo che c’è una differenza abissale fra la prostituta e chi vende un organo. Chi vende un organo trasferisce l’intera proprietà ad un terzo. Al contrario, prostituta non trasferisce assolutamente la proprietà del suo corpo – e ne è ben consapevole, come potrai scoprire intervistando qualsiasi pornostar. Se così non fosse, si tratterebbe una vendita in schiavitù: una cosa impossibile. Infatti, se ella pagasse per essere schiava per un’ora di qualcuno, la sua stessa condizione di schiava implicherebbe che tutti i suoi averi sono parte del patrimonio del suo padrone. Ma, essendo egli stesso colui che ha pagato il prezzo della schiavitù, non vi sarebbe un contratto: il sedicente “padrone” pagherebbe a se stesso per avere in schiavitù un’altra persona. Molto più semplicemente la prostituta vende il mero diritto a delle ben circoscritte prestazioni implicanti l’uso del proprio corpo. Se ad esempio Tizio paga 25 € per un pompino, da questi soldi (una proprietà) in cambio del diritto ad introdurre il suo pene nella bocca della squinzia e ricevere una serie di stimolazioni tramite lingua e labbra. E’ una proprietà? Sì, nel senso che è un “titolo reale” (accesso alla bocca tramite pene) sommato ad una prestazione (prestazione non fungibile, per l’esattezza, dello slinguazzamento – anch’essa riconducibile all’uso delle due risorse scarse corpo e tempo e dunque ad una proprietà) e perciò deducibile in un contesto sinallagmatico. Ma questo non significa certo che tizio abbia comprato la «proprietà assoluta» della bocca e della lingua della prostituta! Non è possibile perché le leggi di natura fanno sì che ad ogni corpo corrisponda una ed una sola mente e vice versa. Se così non fosse, chiunque riuscirebbe a controllare le azioni di ciascun altro. Ma fatto stesso che io non sia d’accordo con te significa che è la mia tesi ad essere corretta. Quindi – con tutto il rispetto per una persona che seguo e stimo – è un grossolano errore sostenere che con il matrimonio si possa vincolare il corpo! Ricorda che, se al momento della stipulazione del contratto tra Tizio e la prostituta non è stata inglobata la clausola d’esecuzione (in questo caso possibile perché), essa si può rifiutare di eseguire la prestazione pompinara. Le sarà sufficiente restituire i soldi, poiché l’eventuale sottrazione rappresenterebbe un furto. Ma il marito in fuga perché mai lederebbe la proprietà della moglie? Dove? Come? Perché? C’è una seconda cosa. Non capisco perché tu faccia una distinzione fra la volontà in fatto d’amore (riconoscendo ovviamente che esso non sia una proprietà) ed una volontà in merito all’esecuzione delle «prestazioni coniugali»? Che differenza fa? Si tratta sempre di una condizione della mente. Ritengo errato anche parlare di «volontà futura proprietaria o meno». La volontà non è che una condizione specifica della mente: una sola parte di essa. A rigore sarebbe la mente stessa nella sua integrità ad essere padrona del corpo. Ma senti qui, il bello è che essa continuerebbe ad esserlo anche contro la tua stessa volontà. Pensa. Tu non lo sai, ma io mezz’ora fa – per dimostrarti il tuo errore nell’interpretare il mio post – ti ho regalato la mia volontà. Non sto scherzando. Ora la volontà della mia mente è cosa tua. Ebbene, come ti spieghi che, nonostante questo grave handicap, io stia scrivendo liberamente contro le tue tesi? Esattamente, come ho scritto, un contratto in cui si preveda la coercibilità della volontà sarebbe nullo per impossibilità dell’oggetto del contratto. Ed è questo il bello della faccenda. In mancanza di coercizione statale, l’unica libertà che mancherebbe sarebbe proprio la libertà di rinunciare alla propria libertà. Pensaci un attimo. Cos’è per noi la «libertà»? Il potere disporre a piacimento – secondo la propria volontà – del proprio corpo. Qualsiasi altra ipotesi, non sarebbe né libera né cosciente, e dunque non più volontà. Quindi, i casi sono due. (a) Voglio fare X (la mia volontà è X) ma, sotto la minaccia di un uomo grosso e cattivo, eseguo Y senza capire minimamente il perché. Questa ti pare libertà? Il secondo caso (b) Voglio fare X e faccio X. Ma se decido di fare Y anziché X, allora non faccio altro che vivere una condizione di volontà Y. Che problema c’è? Corpo mio, volontà mia! Per me il contesto libertario deve essere come prima cosa morale, cioè essere rispettoso al cento per cento de diritto di proprietà di ogni uomo. Va detto che, anche io, nella stesura dell’articolo mi sono bloccato più volte per risolvere lo stesso problema che tu ora ti poni. Finora ho ribattuto a ciò che ritengo errato nella tua teoria. Ma sono d’accordo con te su un punto (come ho scritto… mannaggia leggete bene prima di discutere – sono sensibile e mi dispiaccio di queste cose). Qualora, nel contesto delle prestazioni personali non fungibili in ambito matrimoniale (immagino che ti riferisca a questo con l’espressione «obblighi coniugali» presa dal codice incivile) si trovasse il modo di inserire due serie di proprietà (come la questione dei “titoli reali” di Tizio e la bagassa) vincolabili reciprocamente con clausola esecutiva, allora si potrebbero introdurre volontariamente dei disincentivi alla propria libertà di secessione futura. Ma mai, e sottolineo, mai la rinuncia assoluta al diritto di recedere. Ma, se io pagassi dei soldi alla mia donna affinché rimanga per sempre al mio fianco, questo presupporrebbe che ella abbia una proprietà separata dalla mia. A quel punto, dove starebbe il matrimonio? Non farei altro che comprarmi giorno per giorno il diritto a fottere e a mangiare le buone pietanze da lei preparate! Ma tu, sinceramente, ce lo vedi qui un matrimonio? Lasciamo queste storiacce ai preti e buonanotte. Comunque, non santificando troppo la famiglia. Si tratta sempre di una comune: se tutto è di tutti nessuno può comprare qualcosa da uno degli altri. Quindi neppure i “doveri coniugali”. In conclusione, sottolineo che ritenere vincolanti le promesse è sempre sbagliato perché, essendo ogni uomo padrone di se stesso e dunque la proprietà l’unico diritto dell’uomo, gli unici contratti validi sono quelli in cui vi è scambio di proprietà. Se così non fosse ogni promessa potrebbe essere ritenuta obbligo. Quindi, basterebbe ritirare il certificato elettorale per garantire allo stato la propria fedeltà eterna. Non vorrai mica questo? Credo di essere stato ulteriormente chiaro. Comunque, compatibilmente con la scarsità del mio tempo, hai tutta la mia disponibilità qualora volessi confrontarti su qualsiasi questione (magari ampliando il discorso alla servitù volontaria in generale, più che soffermandoci su questa pallosa storia del matrimonio!). Continua a visitare il mio blog e a sottopormi polemiche costruttive. Fra noi è sempre un piacere, ciao.

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categoria:chiarimenti
domenica, 21 maggio 2006

SEI LIBERTARIO? NON SPOSARTI!

«E’ lecito per un libertario un contratto tra marito e moglie che dice che se la moglie vuole divorziare lo può fare solo con l'assenso di un “giudice” indicato nel contratto? Cioè, posso lasciare la mia decisione di divorziare nelle mani di un terzo (e in questo senso limitare la propria libertà di decidere se divorziare o no)?»

Chi scrive, essendo un cultore appassionato di diritto delle religioni è bene attento al fatto che quello del matrimonio è un argomento assolutamente delicato che, soprattutto secondo gli standard valutativi libertari, non dovrebbe avere nulla – o quasi – a che vedere con le discussioni leguleie quanto, a limite, con quelle di sociologia, psicologia, storia e filosofia. Così, da una prospettiva sociologica si potrebbe aprire un’ampissima digressione, che ne abbraccerebbe una altrettanto ampia in ambito economico, per sottolineare la genesi dell’istituto del matrimonio come il più fortunato esempio di pratica utilitaristica nella storia dell’umanità. Da una psicologica, invece, ci si potrebbe soffermare sullo studio del perché l’uomo abbia ritenuto di agire in tale maniera. Da storico osserverei la precocissima involuzione di questo istituto in strumento di controllo ed ingegneria sociale nelle mani dei folli governanti di ogni dove e quando. Infine, da cultore di filosofia, potrei interrogarmi su questioni come, ad esempio, quale sia il senso corretto da dare al matrimonio, come deve essere vissuto, quale deve essere il criterio razionale per la scelta del coniuge e così via. Ma, essendo stato interpellato in veste di “giurista” (questo è l’ambito in cui sono, almeno comparativamente, più accreditato per un parere tecnico), mi limiterò a trovare la miglior soluzione possibile da un punto di vista del proprietarismo (chiamatelo come vi pare, tanto è di questo che il “libertarismo” si tratta) allo stesso tempo con un occhio di riguardo a mettere in evidenza e chiarire gli aspetti più controversi della questione più generale riguardante la «limitazione volontaria della propria libertà». Al giorno d’oggi, il significato dell’istituto matrimoniale è profondamente confuso. La causa principale di questo fatto è la prevalenza in ambito giuridico della teoria della promessa come contratto vincolante. Dal punto di vista libertario, invece, essendo una simile teoria da respingere con sdegno, l’analisi si rivela lineare. Il matrimonio altro non è che una particolare scelta di vita poggiata sulla libera volontà dei coniugi[i], e non potrebbe essere diversamente (tecnicamente giusto un’alternativa ad altre – in particolare al celibato). Naturalmente, questa libera volontà non può che manifestarsi attraverso la stipulazione di un contratto nel quale si palesano i «diritti e doveri» coniugali. Che poi esso sia visibile o meno, questo non ha la minima importanza. Tutt’al più il coniuge sprovveduto, come avviene in qualsiasi altro caso di accordo tacito o orale, potrebbe incontrare delle difficoltà al momento della sua prova in giudizio. Ma niente più. D’altro canto, il fatto stesso che esista un nucleo familiare (beni e prole in comune etc.) dimostra l’esistenza di un contratto matrimoniale, magari tacito, ma certamente concluso secondo libera volontà. Se così non fosse, è logico supporre che una delle parti avrebbe precedentemente agito in giudizio contro l’altra per rapina, riduzione in schiavitù, stupro e così via. Chiariamo le idee su due punti la cui corretta definizione è indispensabile alla comprensione dell’argomento trattato. Con (1) l’espressione libera volontà – che non è altro che una tautologia, essendo sufficiente riferirsi alla volontà, non potendo questa che essere «libera» – si intende una condizione univoca della mente del soggetto agente – «che desidera qualcosa e si dispone all’azione per ottenerla» – e che si esplica nel mondo visibile attraverso una scelta che, a sua volta, non è che il compimento di un’azione che sia cosciente (nel senso che il soggetto sia in grado di rapportarsi coerentemente all’azione e capace di intuirne gli effetti prevedibili e desiderarli) e libera (nel senso che non vi sia un intervento coercitivo di terzi che costringano l’attore ad agire in maniera univoca contro il proprio desiderio). Di fatto, è evidente, vale l’equazione volontà-scelta. Per quanto, invece, riguarda (2) il contenuto del contratto matrimoniale – a prescindere da cosa il matrimonio abbia rappresentato e rappresenti per l’umanità – bisogna distinguere categoricamente quelli che sono (a) i rapporti sentimentali fra coniugi da tutto ciò che può essere ricondotto ai (b) rapporti economici in senso lato e dalle (c) prestazioni personali, una sottocategoria particolare nell’ambito dei penultimi. Ritenendo fuori luogo dover dimostrare cosa sia un rapporto sentimentale, passo all’esemplificazione dei rimanenti punti. Un rapporto economico può essere la proprietà comune della abitazione adibita a dimora del nucleo familiare. Oppure il vincolo di un coniuge a elargire in favore dell’altro una certa somma di denaro ad una certa cadenza nell’ambito di un lasso di tempo concordato. Con l’espressione prestazione personale, intendo – sulla base delle «prestazioni d’autore» contemplate anche dal nostro codice civile – tutte quelle la cui messa in opera è vincolativamente posta in capo al soggetto obbligato. Ad esempio l’obbligazione da me assunta di accompagnare una determinata persona in un determinato luogo (magari un bambino all’asilo). Oppure, ancora più chiaramente, l’obbligazione per cui devo scrivere personalmente un articolo di giornale o incidere le tracce di basso sull’album di un cantante che a tale fine mi ingaggia. Per farla breve, si tratta di tutte quelle prestazioni in cui la discriminante indispensabile sia l’adempimento personale del soggetto cui fa capo l’obbligazione. Manca cioè la fungibilità. L’obbligo «che la camera da letto sia pulita» (rapporto economico, in quanto l’obbligato può pagare un terzo affinché svolga il lavoro) è cosa ben diversa dall’obbligo «che Marco Mura pulisca la camera da letto» (per cui sono obbligato a compiere materialmente in prima persona l’intero ingrato lavoro). Detto questo, quale sarebbero gli accordi matrimoniali in una libera società fra due libertari2? Rapporti sentimentali. Certamente – proprio come accade oggi – non esisterebbe nessuna agenzia legale disposta ad accollarsi folli impieghi come quello di costringere il coniuge non più innamorato a ripristinare il suo sentimento (cioè la sua volontà in materia di sentimenti) allo stato in cui era nel momento in cui concluse il “contratto-accordo sentimentale” con la sua ormai ex “dolce metà”. Non si assisterebbe ad un così squallido fenomeno per un motivo molto semplice: non è possibile farlo. Se per esempio, due persone ignoranti stipulassero volontariamente un contratto imperniato sulla sciocca promessa del «finché morte non vi separi», questo sarebbe senza dubbio nullo (inoltre, l’agenzia legale dovrebbe rispondere dei danni per frode per avere offerto ai suoi clienti una prestazione impossibile a causa dell’impossibilità stessa dell’oggetto del contratto). Perché? Semplice. Le promesse (esplicazioni esteriori di una condizione mentale) sono riconducibili alla volontà degli attori (la condizione mentale). Ma questa non è alienabile. In base alle leggi naturali riguardanti l’uomo, essa è patrimonio unico dello specifico soggetto e non suscettibile di trasferimento. Questo significa che non si può concludere alcun contratto vincolante in cui uno degli oggetti sia la mera volontà del concludente! Ma c’è dell’altro. Non potendo prevedere quali saranno le proprie idee in futuro, nessuno può essere «proprietario» in senso tecnico della propria volontà. Infatti, cosa significherebbe «decidere della propria volontà» se non semplicemente mutarla? Per sua stesa natura la volontà umana (libera, a differenza di quella animale meramente determinata – e quindi forse neppure meritevole di tale appellativo) è una condizione instabile. Quante volte, nella vostra vita, è bastato leggere quattro righe, magari per puro caso, per farvi cambiare totalmente idea su un argomento? La vostra “volontà” (politica, in questo caso) appena finito di leggere L’etica della libertà, era la stessa di cui eravate pervasi durante il vostro primo giorno sui banchi delle scuole medie superiori? Bene, qui non si tratta di sola teoria libertaria. Qualsiasi, e sottolineo qualsiasi, persona assennata (cioè, ahimè poche) si renderebbe conto della tragedia che rappresenterebbe per l’umanità l’idea di costringere chiunque a comportarsi nella maniera coerente con la volontà espressa anche tanto tempo prima! E’ così del tutto evidente che, nell’ottica matrimoniale libertaria, la domanda «è possibile divorziare» non ha alcun senso. Ma nemmeno «posso lasciare la mia decisione di divorziare nelle mani di un terzo» ne ha molto. Sarebbe come dire «è possibile che un uomo possa modificare la mia condizione mentale contro la mia volontà»? Chiunque condivida una simile affermazione non solo è ampiamente al di fuori dell’idea libertaria di libertà. Ma la sua posizione – esattamente analoga a quella socialista – è persino più indifendibile di quella degli schiavisti classici: una situazione in cui le persone sono costrette ad agire costantemente conto la loro volontà (e se ne percepiscono nitidamente i segni dell’imputridimento morale conseguente) esiste ed ha un nome ben preciso. Sua maestà il nostro nemico: lo Stato in persona! Ad adiuvandum, sarò ripetitivo al limite estremo della logorrea. Come ho già sottolineato, (1) la volontà non è altro che una condizione mentale della persona. Così, date le leggi di natura inerenti l’uomo, è assolutamente impossibile ipotizzare una sua alienabilità e dunque di una sua presenza sinallagmatica all’interno di un contratto. Vale la pena ricordare che il proprietarismo pretende che, affinché il contratto non sia nullo, vi sia uno scambio dei titoli di proprietà (es. proprietà denaro vs. proprietà automobile). Non essendo una proprietà suscettibile di scambio nel mondo fenomenico, la volontà – va da se – non può essere alienata. La volontà non è solo “inafferrabile” – ad esempio non è modificabile da un intervento coercitivo, fatto che depone fortemente a favore dell’incoercibilità delle scelte a lei riconducibili – in qualsiasi momento dato. Essendo il frutto delle specifiche modificazioni che la nostra mente subisce in conseguenza degli imprevedibili stimoli cui è sottoposta nel corso della vita dell’attore, la volontà è fortemente suscettibile di mutamento. Se così non fosse, sarebbe possibile il calcolo economico esatto; a quel punto non vi sarebbe alcuna parola da spendere in favore della libertà. (2) Nessun uomo può prevedere esattamente quale sarà la sua volontà futura in un imprecisato momento futuro, dinnanzi ad una situazione imprevedibile e dopo avere vissuto una serie di situazioni a loro volta impreviste e affrontate con volontà di volta in volta mutata. Correttamente, a mio avviso, si potrebbe sostenere che neppure l’attore attuale è proprietario della volontà che lo pervaderà fra venti anni, ma anche uno o due – non è questo ciò che importa. Quello che conta è che la volontà è assolutamente inalienabile. Anche questo preclude la possibilità che possano esistere agenzie legali disposte ad agire secondo premesse che se sviluppate coerentemente porterebbero ad esiti dispotici. Nessuno accetterebbe di vivere in un mondo così violento! Rapporti patrimoniali. Per quanto riguarda i contratti economici in senso lato non vi sarebbe alcun problema. I coniugi potrebbero agevolmente definire nel dettaglio la loro reciproca condizione finanziaria futura con gli strumenti contrattuali che più riterranno rispondere alle comuni esigenze. Ad esempio, nel caso in cui volessero la «comunione dei beni» sarebbe sufficiente creare una società alla pari in cui è necessario il consenso congiunto per qualsiasi operazione implicante la disposizione dei beni sociali. Ma si potrebbe anche ipotizzare un’infinità di tipi contrattuali. Per esempio, nella sciagurata ora in cui decidessi di sposarmi ed avere dei figli, allo stesso tempo garantendomi la possibilità di ritirata in qualsiasi momento, potrei optare per definire i rapporti patrimoniali con mia moglie secondo un “leggero” contratto dal seguente tenore: «I sottoscritti Mura Marco e Usai Valentina nati rispettivamente a… aventi sede legale in… costituiscono la società matrimoniale denominata “Mura-Usai famiglia felice” per cui ciascun coniuge s’impegna al deposito di un quinto di tutte le sue entrate nel fondo comune destinato a finanziare le esigenze familiari – definite in base… e secondo… – costituito presso la banca… ed amministrato da entrambi i coniugi secondo i seguenti criteri… Per i seguenti casi d’inadempimento sono stabilite le seguenti sanzioni corrispettive… Qualsiasi disputa su presunte frodi contrattuali, casi d’inadempimento e qualsiasi altra questione attinente al presente contratto verrà risolta da un collegio arbitrale di tre elementi di cui due scelti uno a testa dai coniugi ed uno di comune accordo secondo i seguenti criteri… In qualsiasi momento qualsiasi coniuge potrà recedere dalla società rinunciando implicitamente a quanto fino ad allora versato nel fondo comune». Ciò che però conta, è che in sostanza manca una vera e propria clausola di esecutività. E non potrebbe che essere così! Nessuna società può esserci se i soci desiderano ognuno l’opposto dell’altro. E nessuno potrebbe forzarmi, per gli stessi motivi validi per i “contratti-accordi” sopra analizzati, a mantenere sempre uguale la mia volontà in merito alla mia partecipazione in essa. Benché al momento non abbia approfondito il discorso, mi viene da ipotizzare che un disincentivo all’abbandono della società matrimoniale potrebbe essere dato dall’introduzione di una clausola d’esecuzione, ma al momento non vedo una prestazione non riconducibile alla volontà e quindi non suscettibile di scambio (l’impegno di versare i soldi in cambio di nulla – come nel caso del fondo familiare – non è pur sempre una promessa?). A  fortiori, ciò che fa propendere alla libertà assoluta di recesso è il fatto che non vi è uno scambio su cui impiantare un contratto eseguibile. Infatti, la promessa di una donazione è, al pari di qualsiasi altra, assolutamente insuscettibile d’esecuzione coatta. Questo è quanto: dalla società famiglia (è una pseudo-comune, per l’esatezza) qualunque membro può secedere a piacere. Qualsiasi ipotesi contraria implicherebbe schiavitù, quindi sarebbe incompatibile con il libertarismo. Prestazioni personali. Sebbene quanto segue possa sembrare piuttosto triste ai lettori più romantici o “tradizionalisti”, lo strumento contrattuale potrebbe, invece, bene regolare  le prestazioni del terzo tipo, quelle da me indicate come prestazioni personali. L’obbligo di convivere, di copulare ad intervalli definiti, di trascorrere un determinato numero di ore al giorno con il proprio figlio etc. sono tutte prestazioni personali riconducibili allo schema del contratto esecutivo. Se si vuole vivere la propria vita coniugale liberi da qualsiasi “forzatura” si lasciano tutti questi punti indefiniti. Così nessuno sarà legittimato ad obbligare un coniuge ad una qualsiasi condotta o compimento di una prestazione. D’altro canto, se nel contratto non si dispongono le prestazioni in maniera che ciascun coniuge dia qualcosa suscettibile di proprietà in cambio all’altro, non potrà esserci che una mera promessa. Confrontate le seguenti clausole di contratti. (a) «Il coniuge Mura Marco si impegna a cucinare per la famiglia il fine settimana, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito umanistico… il coniuge Usai Valentina si impegna a cucinare per la famiglia dal lunedì al venerdì, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito scientifico…». Si tratta di una mera promessa. Nessuno dei due coniugi ottiene alcuna proprietà in cambio della sua (le proprietà coinvolte sono corpo e tempo, ovviamente). (b) «Il Coniuge Mura Marco si impegna a cucinare per la famiglia il fine settimana, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito umanistico… in cambio del versamento del coniuge Usai Valentina di un quinto delle proprie entrate finanziarie sul fondo patrimoniale comune… A sua volta, il coniuge Usai Valentina si impegna a cucinare per la famiglia dal lunedì al venerdì, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito scientifico… in cambio del versamento del coniuge Mura Marco di un quinto delle proprie entrate finanziarie sul fondo patrimoniale comune…». Essendo di natura sinallagmatica, a questo contratto è applicabile la clausola d’esecuzione. Tanto più elevata sarà la somma da riscattare per il recesso (fermo restando che il contratto può essere a tempo, ad esempio «finche i figli non abbiano raggiunto i venticinque anni») tanto minori saranno le probabilità di abbandono. Tutt’altro discorso – riprendendo insieme tutti e tre gli aspetti in cui si è scomposto il rapporto matrimoniale – meriterebbe la valutazione della moralità e della praticità di una condizione in cui due persone oramai indifferenti l’una con l’altra, quando non apertamente ostili, continuino a fare parte dello stesso gruppo sociale ristretto – come nel caso della famiglia. Per fortuna non sono stato interrogato su tale punto. Tuttavia, come chiunque, mi verrebbe da suggerire in tal caso la soluzione dell’affidamento al buon senso – concetto molto meno astratto di quanto comunemente si creda. D’altronde, se esso non fosse un elemento della natura umana, sarebbe l’uomo stesso a non esistere più. Riassumendo brevemente, esistono tre elementi che stabiliscono l’impossibilità della partecipazione involontaria (quindi la limitazione – anche volontaria – della propria libertà) alla società matrimoniale, come a qualsiasi altra società particolare. (1) Nessuno è «padrone» della propria volontà. Benché essa sia parte integrante della mente di una determinata persona, essa è suscettibile di mutamento a prescindere dalla una meta-volontà pregressa. Quindi, se persino io non sono in grado di “possedere” o persino determinare la mia volontà, a maggior ragione nessun’altro potrà essere legittimato ad esserlo. Qualsiasi ipotesi contraria sarebbe contro natura. (2) La volontà si esplica o in azioni coscienti e libere (come chiaramente esposto) oppure in promesse. Le promesse non sono suscettibili di esecutività e sono ontologicamente destinate a esplicarsi in un momento futuro a quello della loro prestazione. Ho ribadito con logorroica insistenza che la volontà è mutabile (in un certo qual modo, direi dinamica). Dunque, mutando la volontà in merito, nessuna promessa può essere mantenuta. In nessun caso. Qualsiasi ipotesi contraria sarebbe contro natura. (3) I contratti familiari, e in generale tutti quelli in cui ci si vincola ad una prestazione senza una corrispettiva proprietà in cambio, sono riconducibili a mere promesse e non possono, perciò, essere suscettibili di esecutività. Qualsiasi ipotesi contraria sarebbe contro ragione. Ad ogni modo, in un mondo libertario andrebbero valutati i casi tipo giurisprudenziali derivati dall’agire delle società legali riguardo i contratti più complessi e di dubbia risoluzione. Personalmente non ritengo che esse si accollerebbero i rischi di fa rispettare contratti allucinanti, benché teoricamente efficaci, come «Mura Marco si impegna alla totale astensione da rapporti extramatrimoniali in cambio del medesimo impegno di Usai Valentina». Probabilmente la psicologia, la sociologia ed il senso comune opterebbero per l’assurdità di una tale ipotesi e la giurisprudenza seguirebbe a ruota. (Notare la posizione fortemente liberale-austriaca contraria alle metodologie proprie dell’illuminismo giuridico dell’imposizione della legge dall’altro e contro la volontà della società – non è che in un mondo senza stato non esisterebbero istituzioni… semplicemente sarebbero aderenti alla volontà generale intesa come semplice senso comune). Quindi, riguardo il matrimonio, sia chiara una cosa. Da proprietarista (benché consapevole che nell’ambito di tutte religioni il matrimonio come sacramento nasca da considerazioni di tipo utilitaristico) confido nell’idea che sia ridurre il legame matrimoniale ad una mera “questione d’amore” o di religione, mettetela come più vi piace E’ fondamentale che il vincolo che unisce i coniugi non vada mai oltre la blando momento sentimentale-ideale di cui i romantici di tutto il mondo non fanno che riempirci le tasche (salvo poi correre ad allearsi con un giudice per rapinare impunemente il povero coniuge – chissà perché sempre di sesso maschile – portandogli via fino all’ultimo centesimo). Essendo il matrimonio un potentissimo strumento di potere nelle mani dello stato, la migliore precauzione al vedere la propria vita rovinata non può che essere la prevenzione: non sposatevi. Allo stato attuale, conoscendo le leggi, si possono anche trovare scappatoie relativamente facili per aggirarle. L’ostacolo più grande, però, è la stupidità dell’innamorato che si ostina a non voler prendere neppure minimamente in considerazione la possibilità di ciò che è più che ovvio agli occhi di chiunque, con mente lucida, riesce a capire. Non siamo padroni della nostra volontà futura. Certo, si possono fare previsioni “ragionevoli” in proposito. Ma la pretesa di poter conoscere il proprio futuro non è che una di quelle nitide esplicazioni dell’odiosa presunzione del sapere di stampo socialista-positivista3. Guarda caso, tutto ciò di cui basta essere intimamente convinti per distruggere, giorno dopo giorno, l’amata quanto fragile libertà, propria e altrui. Secondo ragione, si direbbe che solo un pazzo potrebbe accettare di vivere in schiavitù il resto dei suoi giorni per via di uno stupido errore commesso pochi anni fa. Secondo empirismo, si direbbe che il mondo strabocca di pazzi. Riallacciandoci al discorso della «limitazione della propria libertà in generale», alla luce dell’idea portata avanti in questa analisi, ritengo che la soluzione libertaria sia quella per cui qualsiasi contratto che preveda la coercibilità di decisioni implicanti modificazione della volontà (oltre che essere un’idiozia sul piano fattuale) è nullo per impossibilità di esistenza della prestazione. Qualsiasi ulteriore parola sarebbe una perdita di tempo, quanto meno una sventura per me, visto che questo è stato l’argomento più noioso che abbia finora trattato secondo un profilo libertario. Oltre essermi rotto le palle, mi sono pure avvilito a dismisura quando ho eliminato per errore dal pc la bozza di questo maledetto articolo! Nel dubbio, amico lettore, mi sento comunque di poterti dare un consiglio: se credi nella libertà, non sposarti! Le leggi naturali conducono alla libertà. Ritengo che questa analisi ne sia un’efficace esempio.


[i] Per inciso, da una prospettiva libertaria niente e nessuno potrebbe impedire ad una pluralità di terzi un matrimonio poligamico, così come uno omosessuale e così via. Certo, in quest’ultimo caso – probabilmente – rimarrebbe, in ambito conservatore o religioso tradizionalista, l’annosa discussione sulla moralità di una simile situazione e sulla meritorietà da parte di tale unione del titolo onorifico di “matrimonio”. Ma tutto questo non potrebbe minimamente portare alla limitazione della libertà di alcuno ad intraprendere la strada di un “matrimonio eterodosso”.

2 Se esistesse una società libertaria, secondo un criterio logico di ricostruzione dei fatti, esisterebbe a maggior ragione una società profondamente ispirata ed osservante la teoria proprietaristica. Sebbene le comunità socialiste, o quelle cristiane e così via, si limiterebbero a riconoscere il diritto di secessione alle comunità proprietaristiche, questo non significa che scomparirebbero i problemi legati ad un istituto, quello matrimoniale, reso assolutamente ridicolo nei secoli dall’intervento coercitivo statale. Quindi, benché all’interno di una società proprietaristica – come spiego – il problema di matrimoni e divorzi sarebbe praticamente inesistente, nelle comunità statualizzate (e dunque anche nei casi in cui uno – o più – coniugi appartenessero ad una comunità in cui lo stato si arroga il monopolio della legislazione matrimoniale, come qualsiasi stato che ora mi viene in mente) rimarrebbe il grave problema del divorzio. Questo argomento rientra nella discussione sui rapporti fra diversi ordinamenti, sul quale sono preparato ma che non posso trattare a causa dell’ampiezza della discussione e dell’eccessivo appesantimento della discussione che comporterebbe.

3 Ritenere il contrario significherebbe essere – quantomeno – totalmente al di fuori del background culturale della Scuola austriaca, l’unica in grado di garantire una prospettiva sociale realmente coerente con la libertà, la pace ed il benessere universali. Si commetterebbe l’errore degli esponenti della Scuola di Chicago, con tutto il rispetto parlando, una vera nemica mortale dell’austriaca – al di là dei pochi punti di contatto e delle apparenti consonanze.

postato da: marcomura alle ore 16:59 | Permalink | commenti (22)
categoria:diritto, teoria
domenica, 14 maggio 2006
Il 14 maggio 1887 moriva nella sua casa di Beacon Hill (Boston), all’età di settantanove anni, l’anarchico individualista Lysander Spooner. Avvocato e costituzionalista è stato, soprattutto, il più grande pensatore giusnaturalista del diciannovesimo secolo. Non vi è alcun motivo perché debba celare il mio profondo attaccamento alla maestosa figura di questo titanico antesignano del libertarismo moderno – cui si ispirò, tra i tanti, anche Murray N. Rothbard. Fu grande amico del giornalista e redattore anarchico Benjamin Tucker, insieme al quale formò la più combattiva e radicale coppia americana di intellettuali a difesa della libertà, contribuendo attivamente al periodico Liberty da quest’ultimo diretto. Fervente abolizionista, patrocinò per una moltitudine di schiavi fuggiaschi e di loro aiutanti, fu allo stesso tempo – da coerente libertario – un’altrettanto acceso sostenitore del diritto alla secessione degli stati della Confederazione guidati dal Presidente Jefferson Davis. All’indomani della sconfitta militare del Sud – sciagurato esito di una guerra che getterà i semi di tutte le future tragedie, non solo economiche, dell’America – Spooner prese amaramente atto di come vi fossero più schiavi allora che non nell’anteguerra. In The Uncostitutionality of Slavery si può leggere: «L’uomo ha il diritto inalienabile alla libertà personale nella misura in cui non la utilizzi per ledere lo stesso diritto altrui. Tale libertà è un diritto intrinseco alla sua natura ed alle sue facoltà… La linea divisoria fra l’eguale libertà di ognuno non deve mai essere oltrepassata da alcuno. Questo è il principio posto a fondamento ed essenza della legge e del diritto». Si contraddistinse per l’assunzione di un atteggiamento sempre più radicale con il trascorrere del tempo; rara – e per questo ancora più pregevole – eccezione alla consuetudine della sua epoca e segno inconfutabile del suo meditare coerentemente le ragioni profonde della libertà. «Tutte le tasse imposte sulla proprietà di un uomo per il sostegno del governo senza il proprio consenso, sono una mera rapina; una violazione del suo naturale diritto alla proprietà… Il monopolio della moneta è una delle più lampanti violazioni del diritto naturale dell’uomo a stipulare i propri contratti, nonché una delle più efficaci – forse la più efficace – nel permettere a un pugno di uomini di derubare chiunque altro… Il governo non ha più diritto sulla proprietà delle terre allo stato di natura che su quella dei raggi del sole… Tramite la coscrizione, il governo nega il diritto di ogni uomo alla propria volontà, scelta, giudizio o coscienza…» Trial by Jury è, invece, l’opera da cui Spooner scaglia, da profondo conoscitore degli infiniti ed oscuri meandri dell’ordinamento giuridico, il suo più profondo attacco alle storture del sistema giudiziario e costituzionale statunitense. Riconducendosi ai principi più profondi della common law («leggi di ragione e di diritto»), l’autore rivendica per le giurie il ruolo di giudici delle leggi statali. Il miglior sistema ipotizzabile per tutelare effettivamente ed efficacemente i diritti naturali. Nel 1844 ebbe persino il coraggio di sfidare a viso aperto il monopolio governativo sulle spedizioni postali. Il governo riuscì a fare fallire la società, ma fu costretto ad abbassare le tariffe: una vittoria comunque. Non a caso risulta di adamantina brillantezza e solidità la sua posizione a favore di qualsiasi monopolio imposto coercitivamente contro il diritto naturale della proprietà, e a favore di un mondo sorretto imparzialmente dal volontarismo contrattualistico; unico modo per respingere la schiavitù. In questo stesso contesto vanno lette le durissime requisitorie contro l’imposizione di qualsiasi governo (visto come mera agenzia di assicurazione e protezione), contro gli adulatori della costituzione che pretendono di imporre la volontà propria (o persino dei morti) su chi mai ha sottoscritto quel particolare tipo di contratto – né mai, da uomo assennato, lo farebbe – e contro le banche falsarie, complici delittuose e profondamente in malafede delle nefandezze statali: le vere responsabili di un circolo vizioso fra potere e politico ed economico mirato a tenere in schiavitù gli incolpevoli ed indifesi cittadini. Pietra miliare il raffronto fra lo stato ed il bandito di strada, sempre in No Treason N. 6, che incede evidenziandone le affinità operative per proseguire poi a tutto vantaggio del secondo dal punto di vista dell’”onestà intellettuale”. «Nella pratica il governo, come un bandito di strada, intima all’individuo: ‘o la borsa o la vita’… Il governo certamente non tende un agguato all’individuo in un posto poco frequentato, non lo aggredisce all’improvviso alle spalle, non gli punta una pistola alla tempia per poi svuotargli le tasche. Ma la rapina che compie è comunque una rapina, ed anzi è ben più visibile e vergognosa. Il bandito di strada assume su di sé la piena responsabilità, il pericolo e la criminosità dell’atto. Non fa finta di avere diritto al denaro della sua vittima, né fa intendere di volerlo usare a beneficio del rapinato… Inoltre, una volta che ha sottratto il denaro, poi va via, cosa che la persona rapinata sicuramente apprezza. Egli non continua a pedinare la vittima, contro la sua volontà; non pretende di essere il suo legittimo “sovrano” solo perché le ha offerto “protezione”… In poche parole, egli, dopo aver rapinato un individuo, non tenta anche di renderlo il suo zimbello o il suo schiavo». A coloro che, finora, non hanno ancora avuto occasione di accostarsi al pensiero di quest’uomo straordinario consiglio caldamente la raccolta I vizi non sono crimini, edita da Liberilibri (152 pag.), contenente i saggi fondamentali dell’autore: Vices are not crimes, Natural law e i tre No treason. Costo, appena 14 Euro. Raramente si può avere così tanto per così poco. Nel frattempo, ringraziando un gruppo di libertari statunitensi di buona volontà, potete andare a visitare il sito dedicato all’autore – ricchissimo e facilmente fruibile – all’indirizzo www.lysanderspooner.org; ancora una volta, Internet si dimostra uno straordinario strumento nel sostegno alle ragioni della libertà.
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giovedì, 11 maggio 2006
11 maggio 1948 Luigi Einaudi è eletto Presidente della repubblica. L'unico degli undici cui quando penso riesco a fare a meno del secchio metallico "modello Zecchi". Un grande uomo e soprattutto un liberale straordinariamente coerente. Si batté strenuamente per la difesa della moneta e della libertà economica. Rigettò con fermezza e lucidità le sciocche pretese del liberalismo liberal del Don Benedetto partenopeo, perenne digiuno delle più rudimentali conoscenze in ambito economico. Un Presidente che davvero sarebbe riuscito a farmi provare un qualche rispetto per questa repubblica puttana. Ciao Presidente. E grazie. Mai prediche mi furono così utili...
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mercoledì, 10 maggio 2006

THE FIGHT FOR FREEDOM

Manowar, dall’album “Warriors Of The World”, 2002

There’s A Sound It’s Heard Across The Land
It’s Heard Across The Sea
You’ll Only Hear It If You Listen With Your Heart
And One Day Hope To Be Free

To Hear The Sound Of Freedom Many Gave Their Lives
They Fought For You And Me
Those Memories Will Always Live Inside Us
Now It’s Our Time To Be Free

Where The Eagles Fly I Will Soon Be There
If You Want To Come Along With Me My Friend
Say The Words And You’ll Be Free
From The Mountains To The Sea
We’ll Fight For Freedom Again

So Ring Out Loud For All The World To Hear
From Sea To Shining Sea
Let Freedom Ring And Every Man Be King
To Live As One Through The Years

Where The Eagles Fly I Will Soon Be There
If You Want To Come Along With Me My Friend
Say The Words And You’ll Be Free
From The Mountains To The Sea
We’ll Fight For Freedom Again

Now’s The Time We All Must Stand Together
So Raise Your Hands Show Them We Are Strong
Side By Side The Fight Goes On Forever
Marching To The Battle With This Song

Where The Eagles Fly I Will Soon Be There
If You Want To Come Along With Me My Friend
Say The Words And You’ll Be Free
From The Mountains To The Sea
We’ll Fight For Freedom Again
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lunedì, 01 maggio 2006

NON IN MIO NOME!

Nel giorno della patetica celebrazione autoreferenziale dei sindacalisti padroni d’Italia e degli ingenui “lavoratori” turlupinati, loro complici incoscienti, il mio pensiero di solidarietà va tutto a coloro che vivono ai margini della società, impossibilitati a ricoprire in essa il giusto ruolo che le loro capacità gli meriterebbero, a causa della maledetta opera di queste meschine persone. E’ curioso che proprio chi non ha mai lavorato in vita sua (nella normale delle ipotesi ha vissuto dello sfruttamento parassitario a danno dei pochi e veri lavoratori onesti, dei forzatamente disoccupati e dei contribuenti sciagurati) tenga alte le insegne con sopra stampate le più struggenti odi al sacrificio del lavoro.

“Festa del lavoro” farebbe venire in mente una circostanza pacifica e festosa in cui lavoratori e datori di lavoro si stringono la mano e si ringraziano vicendevolmente per l’opera da ciascuno prestata. Come potrebbe, infatti, esserci ricchezza e benessere, come potrebbe esistere la società se mancasse uno dei due? Potrebbe esistere un “datore di lavoro” se non ci fosse il “lavoratore”? Certo che no, ma che fine farebbe il “lavoratore”, magari l’operaio altrimenti semi-analfabeta, se non ci fosse il dinamico genio imprenditoriale del “datore di lavoro”?

Invece, ahimè, apriamo la finestra o accendiamo il televisore e, confusi, constatiamo che il primo maggio è un giorno disgustoso per livore, risentimento e invidia. Solo l’operaio lavora, mentre l’imprenditore (che normalmente è l’odiato “padrone”) non fa che campare alle sue spalle impoverendolo e sottraendogli ingiustamente i frutti del proprio lavoro, spalleggiato dai “neoliberisti” complici colpevoli dell’ignobile misfatto. Sull’onda emozionale delle sbronze di cruda vendetta ideale (insomma…) del 25 aprile, bocche da serpente vomitano per tutta la giornata insulsi slogan socialisti contro tutto ciò che permette alla società umana di distinguersi da quella dei molluschi. Ma, qualcuno ancora sa che le deliranti proclamazioni di carlo marx erano false ed in mala fede ieri proprio così come lo sono oggi quelle dei suoi contemporanei adulatori mentecatti. Cari socialisti di merda, è questa la vostra fraternité? O è l’egalité? Io davvero non capisco, ma forse questa è questione di liberté socialista…

Nel giorno della celebrazione del parassitismo e della malafede, nel giorno in cui tutti si tengono stretti lavoratori socialmente utili e pensionati scrocconi (vittimologie ottimo viatico per il potere politico), il giorno della demagogia che spalanca le porte allo sfruttamento del disonesto sull’onesto, del fannullone sul laborioso, della politica sull’industriosità della società civile, un caro pensiero va anche agli “sporchi” padroni e agli “avidi” imprenditori di questo maledetto paesuncolo “borghese”. I veri eroi siete voi! Grazie. Grazie davvero!

Infine, avrete capito tutti, questa non è la mia festa. A queste condizioni non potrà mai esserlo; perché deve essere lo stato a decidere quando e cosa si debba festeggiare? Basta con l’imposizione di fatue ricorrenze celebratrici dell’orrendo divoratore di uomini chiamato “volontà generale”. Perché non posso festeggiare i “padroni”? Se non si può trovare una via d’accordo comunemente condivisa non stiamo che imponendo la discutibile volontà di una cricca di pazzi fanatici alla lucida e sobria indifferenza di chi davvero conosce il senso della parola “lavoro”. Non rimane che una soluzione: aboliamo questo giorno della vergogna!
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categoria:vetriolo