venerdì, 23 marzo 2007
Elezioni 2006. Io sono qui. E tu dove sei?
Cazzarola! La cosa divertente... è che la volta avevo pure votato per la Lega! Cazz... non è possibile... non va bene. N-o-n v-a b-e-n-e. Sarò pure lì, ma pure bello incazzato... :-)
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giovedì, 22 marzo 2007

Per la serie «se non hai un c*zzo da fare», la Shock Treatment Entertainment (cioè io) presenta:

TRA CUMBA E TROGLODITI: L’UTOPIA DI DUE ILLUMINISTI

Nella quattordicesima delle Lettere persiane, Montesquieu lascia che sia un racconto allegorico a esporre le sue idee per quanto riguarda il tipo di società auspicata. Forse non è un caso che lo stesso stratagemma sia utilizzato da Pilati in apertura delle sue Riflessioni. La differenza tra i trogloditi montesquiviano e il Regno di Cumba dell’autore trentino è tutta che, mentre Montesquieu parlava apertamente di virtù, lasciando immaginare riferisse già del culto dello stato, Pilati segue uno schema piuttosto classico per l’epoca: lo sfacelo comportato dal passaggio dal non-cattolicesimo (anche dall’ateismo) al cattolicesimo da parte di una società, ma soprattutto, da parte dei suoi reggenti. Se la trattazione montesquiviana è certamente configurabile come una breve opera distopica, quella pilatiana lo è solo in parte. Questo perché mi sento di considerare utopica la prima parte[1].
Entrando nel merito delle due opere, i tratti fondamentali della perfetta società montesquiviana possono essere riassunti da due sole citazioni. «L’interesse del singolo è sempre legato all’interesse comune, che volersene separare vuol dire perdersi, che la virtù non deve costarci sacrificio, che non bisogna considerarla come uno sforzo penoso, e che la giustizia verso gli altri è carità verso noi stessi»[2]. E, ancora più inquietante: «La natura soddisfaceva ai loro desideri e bisogni. In quel fortunato paese, la cupidigia era ignota: se si facevano dei regali, era il donatore che stimava di aver ricevuto il favore più grande. Il popolo troglodita si considerava come una sola famiglia, gli armenti erano quasi sempre confusi insieme»[3].
Un paradiso incantato, regno di «equità e giustizia» caduto in rovina solo a causa dell’egoismo sempre più dilagante, e descritto come un odioso cancro, e salvato dalla tenacia di due sole famiglie. Precedentemente “liberi”, decisi – a causa dell’enorme accrescimento della popolazione – a darsi un Re, queste le parole che i trogloditi poterono udire dal prescelto: «Voi mi assegnate la corona, e se lo volete assolutamente bisogna che io accetti, ma state certi che morirò di dolore vedendo oggi assoggettati quei trogloditi che nascendo ho trovato liberi»[4].
Difficilmente queste sembrano parole scritte da chi riteneva davvero essere la monarchia la migliore forma di governo.
Se volessimo indagare a fondo la preferenza montesquiviano, infatti, è del tutto probabile che i più attenti arriverebbero a riconoscere tutti gli elementi del socialismo filantropico nato in Francia non troppo tempo dopo, forse non a caso. Di fatto Montesquieu ci profila una comune, in cui contro ogni legge dell’economa e della logica la popolazione e il benessere aumentano a dismisura tanto da suscitare l’invidia dei popoli vicini, responsabili del temporaneo decadimento degli eroici trogloditi.
Per quanto riguarda il trentino, l’operetta si rappresenta come un godibile compendio di tutte le sue idee sulla società del dover-essere. Nella sostanza, non si discosta molto dal contenuto e dalle suggestioni montesquiviane (fatto che contribuisce a farmi credere che si sia sfacciatamente ispirato alla sua opera) sebbene l’accento non cada così morbosamente sulla virtù – che non è altro che una «furberia» con cui Montesquieu intende la gioia di esser schiavi – e sul comunismo. Più semplicemente, nel Regno di Cumba «Nulla si sapeva del commerzio, nulla del lusso, che è figlio del commercio, e nulla di tutti quei vizi, che dal commerzio e dal lusso vengono generati»[5].
Da ciò discende tutto ciò che è narrato come un idilliaco paesaggio di tempi d’oro che (mai) furono. La scena è talmente bucolica da sembrare di schietta ispirazione fisiocratica[6].
È possibile – dal momento che, appena un anno prima, si era espresso in favore del libero scambio – Pilati ritenesse una benedizione solamente tutto ciò non andasse oltre lo scambio dei beni di prima necessità, considerando tutto ciò riguardante le “arti” ineluttabilmente foriero di decadenza e rovina. Questa sorta di incongruenza del pensiero pilatiano è stridente con quanto sostenuto da Montesquieu nelle Lettere persiane. «Hai ben riflettuto allo stato barbaro e infelice in cui ci ridurrebbe la perdita delle arti?», chiede il Montesquieu-Usbek. «Supponiamo [...] che in un regno siano ammesse solo le arti assolutamente necessarie alla coltivazione della terra, che peraltro sono un gran numero, e se ne bandiscano tutte quelle che servono alla voluttà o al capriccio: sostengo che questo stato sarebbe il più miserabile del mondo. quand’anche gli abitanti avessero abbastanza coraggio da fare a meno di tante cose utili ai loro bisogni, il popolo deperirebbe ogni giorno, e lo stato diventerebbe così debole che non ci sarebbe nessuna potenza così piccola da non poterlo conquistare»[7].

Anche la società descritta da Pilati è basata su uno spinto egualitarismo: non ci sono ricchi, non ci sono nobili, sembra che tutti siano aggiogati all’aratro. Neppure ai vecchi è concesso di riposare senza offrire il proprio contributo. In tal senso, il vitalismo tipico di Pilati e – almeno secondo la nota tesi del sociologo liberale tedesco – dei protestanti si presenta come un tratto fortemente caratteristico.
C’è anche materiale riguardo al divisione dei poteri. Nello Spirito delle leggi, Montesquieu scriverà: «Perché non si possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere. Una costituzione può essere tale che nessuno sia costretto a fare le cose alle quali la legge non lo obbliga,e a non fare quelle che la legge permette»[8].
Pilati interpreta il precetto così: «Niun soggetto potea dal re venire incaricato di più di un ufficio, perché volevasi non solo obbligare ognuno a volgere tutta la sua cura dietro al suo impiego, ma sippure prevenire gli assalti dell’avarizia, della ingordigia e della prepotenza. Per questi stessi motivi non duravano le cariche perpetuamente in una sola persona; ma il re era obbligato di non lasciare niun ministro più di dodici anni nel suo ufficio»[9].

Se ne può desumere che Pilati intenda un’agile burocrazia in cui le occasioni di soccombenza ai propri desideri personalissimi sono tenute a freno dalla possibilità d’occupazione di un solo ufficio per volta, nonché dall’obbligatoria rotazione degli incarichi. Purtroppo Pilati non spiega come dovrebbe essere definito il rapporto tra governo e società, non precisando neppure se esista netta differenza tra gli uni e gli altri oppure no. Sapendo che già aveva parlato nelle opere precedenti (seppure meno esplicitamente rispetto alle opere successive) dell’esistenza di una lotta di classe, sembra lecito supporre che Pilati comprendesse la necessaria alterità fra le due categorie.
Dunque i semplici espedienti da lui proposti – piccole dimensioni, univocità dell’ufficio e ricambio ciclico – sono da intendere come la soluzione migliore per evitare il dilagare dei soprusi dello stato ai danni della società. Quindi, a differenza da quanto appariva nella Riforma, nessuna aura di sacralità delle istituzioni secondo la via indicata da Montesquieu.
A differenza della comune adombrata da Montesquieu, va sottolineato che Pilati non mette mai in discussione il ruolo di superiorità del monarca. Certo, con dei limiti ben precisi[10].
Una somiglianza è invece che – così come per Montesquieu erano stati gli invidiosi vicini a spingere per la rovina dei trogloditi – anche per Pilati le cause della rovina di Cumba erano da ricercarsi al difuori di quella civiltà. Al loro arrivo, gli europei, cioè i cattolici, non hanno la benché minima difficoltà ad assoggettare tutti – governanti e governati – alle proprie leggi e costumi. Traspare in tutta la sua violenza il profondo odio di Pilati per tutto ciò che non sia ricollegabile alla semplicità – e alla presunta felice onestà – di una società rurale.
Questo è anche segno che, per quanto errate fossero le sue conclusioni, Pilati si interessasse alle dinamiche comportamentali dell’uomo in società, focalizzando l’attenzione sul rapporto di condizionamento, e giungendo a sostenere l’ipotesi di un duplice condizionamento, sia in senso ascendente (la volontà degli uomini ha ripercussioni sulle strutture sociali, legali ed economiche) che discendete (l’azione umana è condizionata dalla struttura sociale, legale ed economica in cui l’uomo è inserito). Naturalmente, se si considera che Pilati è un razionalista, un pianificatore, contrario alla teoria storica del diritto, e, soprattutto, porta avanti l’idea del polilogismo, sarà evidente credere che questa fosse la più coerente presa di posizione in materia.
Giova ricordare con quanto sfavore Montesquieu vedesse l’espansione del cattolicesimo. Questa la risposta del Montesquieu-Usbek a un mite cappuccino che chiedeva aiuto per una missione proselitistica in Persia: «Andate, voi e i vostri simili no siete fatti per essere trapiantati e farete meglio a continuare a strisciare nei luoghi dove siete nati»[11].
Scrive Pilati: «Questi europei [i proselitisti cattolici] eccitarono in un istante la maraviglia della corte, e furono riguardati come uomini estraordinari e miracolosi. Essi sapevano la musica, la pittura e la scultura, l’astronomia, la fisica, la medicina ed altre cose tali che riscuotono il rispetto e la venerazione. La loro musica dilettava la gente, le pitture e le opere di scultura la sorprendevano, e i loro discorsi sopra la natura delle erbe, degli animali e degli uomini la confondevano. Ma quel che più di ogni altra cosa oppresse di stupore il nostro popolo si fu la chirurgia, la medicina, e l’astronomia. [...] Si mettevano essi a fare cose che erano tenute per impossibili e ch’eglino chiamavano miracoli. [...] E benché eglino tutte queste cose con l’aiuto di mille frodi ed imposture operassero, tuttavia la gente, ch’era semplice e leale, non se ne accorgeva, ma credeva veramente che eglino facessero questi miracoli per essere assistiti da particolare grazia di dio e però niuno dubitava che essi si fossero in fatto missionari della divinità, come appunto li spacciavano. Laonde in brevissimo spazio di tempo tutto il regno di Cumba, trattone alcuni villaggi sui confini, accettò la religione dei missionari, e divenne cristiana in un con tutta la corte e la casa reale»[12].
Stranamente in antitesi a Montesquieu, il trentino ci dipinge le arti (s’intendono le arti sia nel senso moderno che in quello antico, con particolare riferimento al commercio e a quello che oggi chiameremmo terziario) a tinte fosche, quasi si trattasse di mefistofelici sortilegi per ingannare la gente. Il che è piuttosto stridente con quanto affermava sulla funzione pedagogia del teatro. Delle due l’una. O Pilati si era rimandato la geniale intuizione presentata nella Riforma e tanto cara ai recensori tedeschi, oppure non collocava il teatro nell’ambito delle arti, dando a questo lemma più l’idea di qualcosa che ha a che fare con il commercio e con la cultura. In realtà, da polilogista, la soluzione è semplice. Così come il diritto contorto e iniquo dei giurisprudenti e dei governanti era il loro strumento di dominio sulle masse, le arti lo erano alla stesa maniera per gli ecclesiastici[13].
Insomma, se per Montesquieu era sempre e comunque l’uomo (tutti i difetti che ogni uomo ha) il responsabile della rovina dei sistemi perfetti (ora quello immaginario dei trogloditi, ora quello reale di Roma), per Pilati il nemico pubblico numero uno era sempre e dovunque il clero. Non a caso, insiste sul tema della Riforma riproponendo l’equazione del più denaro al clero uguale meno denaro al popolo[14].
Non mancano gli episodi caricaturali – «Laonde la popolazione andava ogni giorno diminuendo sempre più ed i pruni, gli stecchi, e l’erbe selvatiche si dilatavano sopra la terra, che si lascia incolta. [...] All’incontro i frati oziosi, i letterati inutili, gli artigiani superflui, i nemici della fatica, gli spigolistri, i picchiapetti, i paltronieri, i pitocchi e l’altra gente inutile cresceva ogni giorno maggiormente»[15].
Si sa che, in autori brillanti come Pilati, a ogni ironizzare corrisponde una precisa critica della realtà, e il passo dal faceto al serio è impercettibile: «Ma siccome i missionari avevano fatto credere che nel regno non vi fosse altra gente abile a tanta impresa, che alcuni soggetti i quali avevano fatti i loro studi presso i gesuiti, così ne fu data l’incombenza a dieci persone, le quali nelle scienze avevano fatto i maggiori progressi. Ma queste scienze che insegnavano i gesuiti non erano punto adatte né al bene dello stato né all’utilità dei privati. Tutto era sottigliezze, tutto difficoltà inutili tutti concettini senza spirito, tutto arzigogoli irragionevoli, tutto pregiudizi, tutto falsità, tutto confusione e disordine. Non vi s’impara una giusta morale, non una sana politica, non una vera ed ordinata giurisprudenza, non la storia del paese, non cosa alcuna finalmente che potesse servire a procurare il bene de’ sudditi e la prosperità dello stato. Eppure le scuole de’ gesuiti erano meno cattive di quelle degli altri missionari, poiché in queste oltre tutti i mali e vizi suddetti vi regnavano ancora il fanatismo e la bizzarria»[16].
La causa della rovina del regno di Cumba (a differenza di Montesquieu, Pilati non descrive una provvidenziale resurrezione) è proprio da ricercarsi nell’odioso e scientifico uso dell’istruzione obbligatoria. La stessa che, d’altra parte, Pilati sembrava raccomandare nella sua Riforma.
Si diceva, dunque, in apertura: utopia per Montesquieu, distopia per Pilati. Il trucco c’è. Il regno di Cumba finisca in rovina (in realtà la narrazione è sfumata da un finale aperto), vittima di una società che implode su sé medesima, trascinando con in una spirale d’odio e violenza ogni cosa buona e giusta[17].
Ecco il perché di questa scelta. Pilati voleva scuotere le coscienze. Se l’utopia tende a inebetire il lettore inerte trasportandolo nei regni d’aria fondati dall’abuso della ragione, la distopia accende un sacro furore nell’animo del lettore, risvegliando in lui la potenza del leone ferito – l’unico strumento perché possa reagire attivamente.



[1] Considerando che romanzi veramente utopici ne sono stati scritti relativamente pochi, la presenza nel lavoro di Pilati di uno di questi sorprende. Non solo perché proveniente dalla penna d un uomo di legge (questo vale anche per Montesquieu). Ma perché, non è solamente valida di per sé, configurandosi anche come punto di partenza per la trattazione distopica. Ciò non deve sorprendere. In primo luogo perché in un simile operato c’è una linea di continuità con la polemica antiromanistica pilatiana (in linea con quella coeva) che raffronta un abbozzo di infrastruttura giuridica ritenuto “migliore” con gli errori più grossolani della giurisprudenza romanistica. Ma anche forti caratteristiche con il sistema della quaestio che permette di configurare l’Esistenza. Di certo, sintomo non di relativismo, ma chiara testimonianza che, tanto il trentino che il francese, avevano bene in mente un sistema in cui il vero-buono-giusto prevalesse sul falso-cattivo-ingiusto.
[2] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XII, pag. 80.
[3] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XII, pag. 81.
[4] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XII, pag. 83.
[5] Riflessioni, cit., pag. 2.
[6] «Non è guari che i costumi di questa infelice nazione erano così buoni come dicemmo. Non sono più di centocinquanta anni, che il popolo di Cumba non aveva ancora veruna idea di quelle pericolose passioni, che rovesciano le famiglie private, e distruggono gli stati interi. Il travaglio della campagna era allora la principale occupazione della nostra gente: niuno era così ricco, niuno cos nobile, niuno così male educato che reputasse così disdicevole, o soverchia o difficile il mettere mano all’aratro, il condurre il carro, il seminare, il mietere, il menare a pascolo l’affamato bestiame. Non v’erano, che que’ padri di famiglia, i quali travagliando erano pervenuti ad un’età decrepita, ed inabile al lavoro, che a casa si dimorassero; ma essi intanto per non si stare interamente in ozio, badavano a preparare qualche cibo per ristorare la famiglia al suo ritorno dalla campagna. Pochi erano gli artigiani: e questi medesimi impiegavano quel tempo, che loro avanzava dallo esercizio della loro arte, nel lavorare la propria campagna. Poche erano parimente le arti, poiché altri non erano in uso che quelle che per le faccende della campagna, e per li bisogni di una vita rurale, e semplice facevano i maestri». Riflessioni, cit., pagg. 2-3.
[7] Montesquieu, Lettere persiane, cit., CVI, pagg. 204-205.
[8] Montesquieu, Lo Spirito delle leggi, cit., pag. 309.
[9] Riflessioni, cit., pag. 7.
[10] «Il re non poteva dichiarare a nessuna nazione circonvicina la guerra senza aver prima richiesti e raccolti i pareri del popolo [...]. Ma perché la famiglia reale non divenisse per questo troppo potente o troppo presuntuosa, essa era soggetta a certe leggi». Riflessioni, cit., pag. 8.
[11] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XLIX, pag. 127. (Corsivo mio).
[12] Riflessioni, cit., pagg. 9-10.
[13] Inequivocabile la seguente citazione: «Le arti del dipingere e dello scolpire servirono mirabilmente al fine che si erano proposti i missionari [...] inoltre ogni giorno vi era qualche solenne musica in qualche chiesa. Ogni giorno qualche redica, ogni giorno qualche indulgenza, ed ogni giorno qualche funzione estraordinaria, le quali cosa attiravano tutta l’attenzione della gente ai missionari e la rendevano come sbalordita e priva di ogni raziocinio e sentimento umano». Riflessioni, cit., pag. 14.
[14] «Per questa maniera le case de’ ministri di dio divennero in breve tempo ricche di uomini abilissimi ad ogni cosa e di terre e di possessioni fertilissime. Ma all’incontro i popolo andava sempre peggiorando e camminando a gran passi verso la povertà e la miseria. E sembra che ciò avesse dovuto finalmente fare aprire gli occhi alla gente ed indurla ad odiare  a scacciare dal regno coloro che erano la cagione di sì gravi malanni. Ma la bisogna andò tutt’altramente. Niuno pensava più a derivare da missionari l’origine delle sue disavventure. Essi si erano già guadagnati intieramente l’affetto e la stima comune, ed avevano con mille arti incantato la nazione intera». Riflessioni di un italiano, cit., pag. 13.
 Una smania direttamente derivante da un errore in cui, a ben vedere, si era ben guardata da incappare la scuola classica: ritenere l’economia come un gioco a somma zero – o forse addirittura negativa.

[15] Riflessioni, cit., pag. 18.
[16] Riflessioni, cit., pag. 21.
[17] «Ogni partito trovò i suoi clienti ed i suoi avvocati e la furia di queste controversie invase tutte le case sì de’ signori come de’ plebei». Riflessioni, cit., pag. 27.

postato da: marcomura alle ore 22:37 | Permalink | commenti
categoria:teoria
giovedì, 22 marzo 2007
Murray N. Rothbard:
L’Etica della libertà
Per una nuova libertà
Power and market

Lo stato falsario

Ludwig von Mises:
Liberalismo
Socialismo
La mentalità anticapitalistica

Governi distruttori di ricchezza

Ayn Rand:
Capitalism; the unknown ideal
Philosophy; who needs it?

La virtù dell’egoismo

Antifona

Friedrich von Hayek:
L'abuso della ragione
The road to serfdom

Bruno Leoni:
La libertà e la legge
Il diritto come pretesa

Democrazia: il dio che ha fallito, Hans-Hermann Hoppe
Difendere l’indifendibile, Walter Block
Il nostro Nemico, lo Stato, Albert Jay Nock
Vices are not crimes, natural law, no treason, Lysander Spooner
La disobbedienza civile, Henry David Thoreau
Ciò che si vede,ciò che non si vede, Frédéric Bastiat
Discorso sulla servitù volontaria, Étienne de La Boétie
Antigone, Sofocle 

The triumph of liberty, Jim Powell
Wilson’s war, Jim Powell
Dalla parte di Lee, Alberto Pasolini Zanelli 

Fahrenheit 451, Ray Bradbury
Il signore delle mosche, William Golding
La fattoria degli animali, George Orwell
1984, George Orwell
Nelle tempeste d’acciaio, Ernst Jünger
Il duello, Joseph Conrad
Il desero dei Tartari, Dino Buzzati
Il cavaliere e la morte, Leonardo Sciascia


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giovedì, 22 marzo 2007
Alba rossa
Ancora vivo
Apocalypse now
Attacco al potere
Bandits
Braveheart
C’era una volta il West
C’era una volta in America
Carlito’s way
Casinò
End of the Century
Excalibur
Fino a prova contraria
Fuga da Alcatraz
Gli spietati
Il buono, il brutto, il cattivo
Il cacciatore
Il collezionista di ossa
Il gladiatore
Il miglio verde
Il mio nome è Nessuno
Il mistero di Sleepy Hollow
Il padrino I e II
Il patriota
Il tocco del male
La stangata
La storia infinita
La tempesta del secolo
La vera storia di Jack lo Squartatore
L'avvocato del Diavolo
Le ali della libertà
Mediterraneo
Ogni maledetta domenica
Per qualche dollaro in più
Pulp fiction
Scarface
Sette anni in Tibet
Seven
Sin City
The day after
The Truman show
Un mondo perfetto
Un giorno di ordinaria follia
V per vendetta
We were soldiers
postato da: marcomura alle ore 22:27 | Permalink | commenti
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martedì, 20 marzo 2007
You are a

Social Liberal
(75% permissive)

and an...

Economic Conservative
(93% permissive)

You are best described as a:

Libertarian




Link: The Politics Test on Ok Cupid
Also: The OkCupid Dating Persona Test

Mah... questi test sono un po' delle stronzate... Da quando in qua io sarei a margine del libertarismo? E tutto perché i nomi da fricchettoni mi suscitano un'appena percettibile nausea, oltre a poche altre innocentissime preferenze personali d'ispirazione politicamente scorretta? Ma fate il favore... In ogni caso, l'importante era tenersi alla larga da ogni tipo di socialismo, di destra e di sinistra. Missione compiuta... ancora!...
postato da: marcomura alle ore 18:27 | Permalink | commenti (1)
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