domenica, 29 aprile 2007
Un nuovo piccolo contributo a una grande causa. Contro gli errori-orrori della burocrazia, per la difesa «senza se e senza ma» della proprietà e delle sue benefiche conseguenze. Un sentito ringraziamento per i loro preziosi suggerimenti e la loro disponibilità a Carlo Lottieri e Carlo Stagnaro, maestri di libertà nella teoria ed esempi di coerenza nella pratica.
IBL focus:  La Campania sommersa dai rifiuti. Un fallimento dello Stato
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categoria:politica, attualità, teoria
mercoledì, 29 novembre 2006
Gap, Polo, Ralph Lauren, Liz Clairborne. Sono solo alcune delle multinazionali operanti nelle Filippine ad aver pubblicamente preso posizione contro le dilaganti violazioni dei diritti umani che piagano il paese. «Nell’interesse della giustizia e per impedire ulteriori omicidi, si dovrebbe indagare in profondità e punire i responsabili secondo la legge». Secondo il computo di alcuni gruppi organizzati, a partire dal 2001 – l’anno dell’ascesa al potere di Gloria Macapagal-Arroyo, insieme Presidente della repubblica e Capo del governo – i soli omicidi ammontano a 766, quasi tutti impuniti. Si tratta per lo più di sindacalisti, sostenitori dei diritti dei contadini, preti cattolici, avvocati, giornalisti e fautori dei diritti umani. «Forse, adesso, il governo si renderà conto di quanto sia scandalosa la condizione dei diritti umani nel nostro paese». Così ha commentato il Philippine Daily Inquirer, salutando con grande soddisfazione l’intervento delle imprese occidentali, spesso dipinte come avide sfruttatrici dai media di un paese in cui le tradizioni ostili al libero mercato sono tutt’altro che superate. Secondo quanto sottolineato alla IPS News dal costituzionalista Harry Roque, «gli omicidi avvengono sempre in circostanze identiche. Le vittime vengono sparate a breve distanza da motociclisti. Gli attivisti per i diritti umani hanno identificato in gruppi paramilitari e militari i responsabili degli omicidi». A tal proposito, poco tempo fa, Amnesty aveva dichiarato: «Siamo seriamente turbati che i membri delle forze di sicurezza abbiano potuto essere coinvolti direttamente, aver tollerato, acconsentito o essere complici». Più espliciti alcuni osservatori esterni. Michael Anthony della Commissione asiatica per i diritti umani di Hong Kong ritiene che sarebbe in corso una «guerra contro i simpatizzanti dei gruppi organizzati di sinistra», pur precisando che «lo stato potrebbe non essere direttamente coinvolto, ma certamente fallisce nel proteggere le persone e indagare in maniera credibile». Secondo un’informativa della stessa Commissione, inoltre, «le persone uccise sono principalmente appartenenti a gruppi che lavorano con poveri ed emarginati, colpiti perché cercavano di cambiare il loro paese». Nel Novembre scorso, a seguito di numerose richieste, i rappresentanti dei gruppi di protesta hanno ottenuto l’interessamento del Tribunale dell’Aia, che inizierà ad esaminare la posizione di Arroyo nel marzo del 2007. Frattanto – che gli piaccia o no – ai filippini non resta che credere nelle multinazionali. Come cambierebbe il paese se queste non fossero più nella condizione di operarvi in sicurezza?
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domenica, 26 novembre 2006

Il colosso cinese fa sempre più paura. Ma, per una volta, gli agguerriti alfieri del “made in Italy” possono tirare un sospiro di sollievo. Chi ha fondata ragione di essere inquieto sono, al contrario, proprio i cinesi. Quelli veri, quelli della Cina rurale – immensa e miserabile – che non fa quasi mai notizia. Al di là della demagogia di un governo che proclama quotidianamente la sua volontà di «costruire una società ricca e armoniosa», la verità è che ogni due minuti gli spettri dell’indigenza di un cinese si dissolvono in un suicidio. Secondo quanto emerso da un’indagine – i cui risultati sono stati resi noti da Interlocals.net – operata congiuntamente dal Centro Cinese per il Controllo e Prevenzione delle Malattie e dal Centro Pechinese per la Ricerca e la Prevenzione dei Suicidi, degli oltre 290mila casi annui, quelli commessi dai contadini rappresentano ben l’84%. Vale a dire che l’incidenza nella campagna è tre volte superiore rispetto a quella della città. A queste cifre va aggiunto il dato – impressionante – dei tentativi non riusciti: due milioni l’anno. Sempre secondo lo studio, il 35% di chi fa del pesticida la propria cicuta è analfabeta, mentre la fascia d’età maggiormente funestata è quella dei giovani-adulti (15-34 anni, con una leggera prevalenza percentuale delle donne). Fatto che suscita un ulteriore motivo di apprensione, dal momento che essa è ricompresa nel segmento rappresentante il 71.4% dell’intera popolazione. Tra i primi motivi ispiratori – assieme alla mancanza di prospettive future reali e il terrore delle malattie – la durezza delle condizioni economiche. Secondo i calcoli delle Nazioni Unite sono oltre 130 milioni i cinesi, localizzati in prevalenza nella Cina profonda, che – con meno di un dollaro al giorno (circa otto yuan) – vivono al disotto della soglia di povertà. Negli stessi giorni in cui veniva diffuso lo studio, il governo di Pechino accoglieva le sempre più pressanti istanze di una maggiore trasparenza negli affari pubblici, proclamando il suo impegno a «combattere la corruzione a livello locale» e annunciando, in tal senso, un progetto rivolto a membri del partito e pubblici funzionari. Secondo le stesse fonti governative risulta che, su oltre un miliardo e trecento milioni di persone, solamente 27.310 dispongono di un patrimonio superiore ai cinquanta milioni di yuan; fra questi, appena 3.220 quelli sopra i cento. Sembra un dato di fatto che il 90% di tali cespiti sia riconducibile – quando non a eredità – ad attività illegali o “camuffate”. Eloquentemente, nella sola Shanghai sarebbero oltre 1.300 i conti bancari anonimi o con intestazione fittizia aperti da alti funzionari governativi. Al di là delle possibili responsabilità del governo cinese, una riflessione sorge spontanea. Mai è apparso evidente come in questo caso che, in quella Cina in cui ha potuto mettere radici e svilupparsi, il capitalismo non fa che produrre un vertiginoso accrescimento del benessere. Al contrario, laddove si è preservata l’inefficiente tradizione pianificatrice gli unici risultati sono fame e morte. Probabilmente, chi deve avere davvero paura non è Milano, Londra o Washington, bensì Pechino. Della Cina.

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categoria:attualità
lunedì, 20 novembre 2006
Liberate Titti Pinna. Prendetevi Romano Prodi!

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categoria:attualitÃ