IBL focus: La Campania sommersa dai rifiuti. Un fallimento dello Stato
Il colosso cinese fa sempre più paura. Ma, per una volta, gli agguerriti alfieri del “made in Italy” possono tirare un sospiro di sollievo. Chi ha fondata ragione di essere inquieto sono, al contrario, proprio i cinesi. Quelli veri, quelli della Cina rurale – immensa e miserabile – che non fa quasi mai notizia. Al di là della demagogia di un governo che proclama quotidianamente la sua volontà di «costruire una società ricca e armoniosa», la verità è che ogni due minuti gli spettri dell’indigenza di un cinese si dissolvono in un suicidio. Secondo quanto emerso da un’indagine – i cui risultati sono stati resi noti da Interlocals.net – operata congiuntamente dal Centro Cinese per il Controllo e Prevenzione delle Malattie e dal Centro Pechinese per la Ricerca e la Prevenzione dei Suicidi, degli oltre 290mila casi annui, quelli commessi dai contadini rappresentano ben l’84%. Vale a dire che l’incidenza nella campagna è tre volte superiore rispetto a quella della città. A queste cifre va aggiunto il dato – impressionante – dei tentativi non riusciti: due milioni l’anno. Sempre secondo lo studio, il 35% di chi fa del pesticida la propria cicuta è analfabeta, mentre la fascia d’età maggiormente funestata è quella dei giovani-adulti (15-34 anni, con una leggera prevalenza percentuale delle donne). Fatto che suscita un ulteriore motivo di apprensione, dal momento che essa è ricompresa nel segmento rappresentante il 71.4% dell’intera popolazione. Tra i primi motivi ispiratori – assieme alla mancanza di prospettive future reali e il terrore delle malattie – la durezza delle condizioni economiche. Secondo i calcoli delle Nazioni Unite sono oltre 130 milioni i cinesi, localizzati in prevalenza nella Cina profonda, che – con meno di un dollaro al giorno (circa otto yuan) – vivono al disotto della soglia di povertà. Negli stessi giorni in cui veniva diffuso lo studio, il governo di Pechino accoglieva le sempre più pressanti istanze di una maggiore trasparenza negli affari pubblici, proclamando il suo impegno a «combattere la corruzione a livello locale» e annunciando, in tal senso, un progetto rivolto a membri del partito e pubblici funzionari. Secondo le stesse fonti governative risulta che, su oltre un miliardo e trecento milioni di persone, solamente 27.310 dispongono di un patrimonio superiore ai cinquanta milioni di yuan; fra questi, appena 3.220 quelli sopra i cento. Sembra un dato di fatto che il 90% di tali cespiti sia riconducibile – quando non a eredità – ad attività illegali o “camuffate”. Eloquentemente, nella sola Shanghai sarebbero oltre 1.300 i conti bancari anonimi o con intestazione fittizia aperti da alti funzionari governativi. Al di là delle possibili responsabilità del governo cinese, una riflessione sorge spontanea. Mai è apparso evidente come in questo caso che, in quella Cina in cui ha potuto mettere radici e svilupparsi, il capitalismo non fa che produrre un vertiginoso accrescimento del benessere. Al contrario, laddove si è preservata l’inefficiente tradizione pianificatrice gli unici risultati sono fame e morte. Probabilmente, chi deve avere davvero paura non è Milano, Londra o Washington, bensì Pechino. Della Cina.