mercoledì, 04 luglio 2007

Il 4 luglio 1826 moriva a Monticello, Virginia, l’ottantatreenne Thomas Jefferson. Padre fondatore e terzo presidente degli Stati Uniti, Jefferson è l’autore, ancor oggi universalmente conosciuto e apprezzato, della Dichiarazione d’indipendenza. Portatore di una visione radicale e insieme sofisticata, dotato di straordinaria eloquenza, Jefferson – da attento lettore di John Locke – è catturato fin da giovane dalla coerenza del giusnaturalismo moderno. Presto ne diventa il più fiero paladino nell’America dell’epoca battendosi con ammirabile zelo per un governo severamente limitato. La grande novità di Jefferson – che lo distingue dalla stragrande maggioranza dei politici di allora come di oggi – è un’idea di individualismo talmente originale da segnare una cesura totale con quella della Roma e della Grecia antica. Ciò che è realmente virtuoso non è un prestigioso cursus honorum (di cui pure il virginiano non difettava), ma l’onestà con cui l’individuo offre il suo contributo alla società nell’ambito della vita civile. Perennemente ottimista, Jefferson si laurea giovanissimo, divenendo uno dei maggiori conoscitori del sistema giuridico coloniale e britannico. Poliglotta, fu anche gran conoscitore di storia antica nonché appassionato di matematica e architettura. Dopo essere stato giudice di pace poi rappresentante dell’assemblea virginiana, nel marzo 1775 Jefferson è eletto membro del secondo Congresso continentale di Filadelfia. Poco dopo scrive, a due mani con John Dickinson, l’incendiario pamphlet Dichiarazione della cause e delle necessità d’impugnare le armi. L’anno successivo, la stesura della Dichiarazione d’indipendenza gli vale l’appellativo di «Penna della Rivoluzione». «Riteniamo queste verità evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro creatore di certi diritti inalienabili fra i quali la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono costituiti governi che derivano il loro consenso dalla volontà dei governati. Che, ogniqualvolta una forma di governo diventi usurpatrice di tali diritti, è diritto del popolo cambiarla o abolirla e istituire un nuovo governo, fondandolo su tali principi e organizzando i suoi poteri nella maniera in cui sembra più probabile il raggiungimento della sicurezza e della felicità». Sulle orme della Gloriosa rivoluzione inglese, la grande forza del documento – redatto in soli diciassette giorni – fu quella di riuscire a dare una persuasiva giustificazione filosofica alla Rivoluzione senza attaccare il parlamento o il popolo inglese, ma il solo tiranno Giorgio III. Così le Colonie impugnarono le armi e Indipendenza fu. Anche a Rivoluzione conclusa, Jefferson rimane fermo sostenitore del diritto alla ribellione contro qualsiasi comportamento dello stato che leda i diritti naturali di vita, libertà e proprietà. «Sotto la legge di natura – insisterà – tutti gli uomini nascono liberi; ognuno viene al mondo con il diritto sulla propria persona e alla libertà di usarla secondo la propria volontà». Primo Segretario generale del governo federale sotto la presidenza Washington, nel 1800, mosso dall’orrore per le idee di Alexander Hamilton (federalista fanatico e antiliberale), Jefferson ottiene la Presidenza degli Stati Uniti. Negli anni seguenti, si distinguerà per un cospicuo taglio di spese governative e relative tasse, il ripianamento di un terzo del debito pubblico e la politica estera coerentemente isolazionista. Continuerà ad essere strenuo sostenitore dei “diritti degli stati” e delle istanze dei piantatori del Sud conservatore e dei pionieri del selvaggio Ovest. Nel 1809 termina il suo secondo mandato promanando una legge che proibisce l’importazione di schiavi nel Paese. Disgustato dall’aver vissuto personalmente lo scivolamento delle istituzioni federali su posizioni lesive dei diritti per cui solo pochi anni prima aveva combattuto l’intera generazione da lui guidata, Jefferson si ritira nella sua tenuta di Monticello, dove non cessa di accogliere ogni tipo di amico della libertà che si reca da lui per un prezioso consiglio o un incoraggiamento fraterno. Fuori dai giochi di potere, circondato da figli e nipoti, Jefferson non viene meno all’impegno di sempre in favore dello «stato minimo». Insiste sull’impossibilità della libertà senza le garanzie per proprietà privata e libero commercio e condanna severamente i prodromi dello stato sociale. «Prendere da chi, grazie alla laboriosità sua e dei suoi padri ha acquisito molto, per dividerlo con chi, assieme ai suoi padri, non ha esercitato uguale dedizione, significa violare arbitrariamente il principio della libertà d’associazione: la garanzia per chiunque di decidere in libertà del proprio lavoro e dei frutti con esso acquisiti». Jefferson muore esattamente cinquant’anni dopo l’approvazione del più importante documento della storia americana. Ironia della sorte, solo sei ore prima di John Adams – suo predecessore e rivale di un tempo – che, appresa la notizia, trovò le forze per mormorare: «Thomas Jefferson vive ancora». «Ed è così – commenta oggi lo storico Jim Powell – nei cuori e nelle menti dei milioni di persone di tutto il mondo che amano la libertà». Come può morire colui che disse: «Ho giurato sull’altare di Dio eterna ostilità contro qualsiasi forma di tirannia»?

His truth is marching on.
Glory! Glory! Hallelujah! Glory! Glory! Hallelujah!
Glory! Glory! Hallelujah! His truth is marching on.


postato da: marcomura alle ore 19:11 | Permalink | commenti (1)
categoria:ricorrenze
domenica, 14 maggio 2006
Il 14 maggio 1887 moriva nella sua casa di Beacon Hill (Boston), all’età di settantanove anni, l’anarchico individualista Lysander Spooner. Avvocato e costituzionalista è stato, soprattutto, il più grande pensatore giusnaturalista del diciannovesimo secolo. Non vi è alcun motivo perché debba celare il mio profondo attaccamento alla maestosa figura di questo titanico antesignano del libertarismo moderno – cui si ispirò, tra i tanti, anche Murray N. Rothbard. Fu grande amico del giornalista e redattore anarchico Benjamin Tucker, insieme al quale formò la più combattiva e radicale coppia americana di intellettuali a difesa della libertà, contribuendo attivamente al periodico Liberty da quest’ultimo diretto. Fervente abolizionista, patrocinò per una moltitudine di schiavi fuggiaschi e di loro aiutanti, fu allo stesso tempo – da coerente libertario – un’altrettanto acceso sostenitore del diritto alla secessione degli stati della Confederazione guidati dal Presidente Jefferson Davis. All’indomani della sconfitta militare del Sud – sciagurato esito di una guerra che getterà i semi di tutte le future tragedie, non solo economiche, dell’America – Spooner prese amaramente atto di come vi fossero più schiavi allora che non nell’anteguerra. In The Uncostitutionality of Slavery si può leggere: «L’uomo ha il diritto inalienabile alla libertà personale nella misura in cui non la utilizzi per ledere lo stesso diritto altrui. Tale libertà è un diritto intrinseco alla sua natura ed alle sue facoltà… La linea divisoria fra l’eguale libertà di ognuno non deve mai essere oltrepassata da alcuno. Questo è il principio posto a fondamento ed essenza della legge e del diritto». Si contraddistinse per l’assunzione di un atteggiamento sempre più radicale con il trascorrere del tempo; rara – e per questo ancora più pregevole – eccezione alla consuetudine della sua epoca e segno inconfutabile del suo meditare coerentemente le ragioni profonde della libertà. «Tutte le tasse imposte sulla proprietà di un uomo per il sostegno del governo senza il proprio consenso, sono una mera rapina; una violazione del suo naturale diritto alla proprietà… Il monopolio della moneta è una delle più lampanti violazioni del diritto naturale dell’uomo a stipulare i propri contratti, nonché una delle più efficaci – forse la più efficace – nel permettere a un pugno di uomini di derubare chiunque altro… Il governo non ha più diritto sulla proprietà delle terre allo stato di natura che su quella dei raggi del sole… Tramite la coscrizione, il governo nega il diritto di ogni uomo alla propria volontà, scelta, giudizio o coscienza…» Trial by Jury è, invece, l’opera da cui Spooner scaglia, da profondo conoscitore degli infiniti ed oscuri meandri dell’ordinamento giuridico, il suo più profondo attacco alle storture del sistema giudiziario e costituzionale statunitense. Riconducendosi ai principi più profondi della common law («leggi di ragione e di diritto»), l’autore rivendica per le giurie il ruolo di giudici delle leggi statali. Il miglior sistema ipotizzabile per tutelare effettivamente ed efficacemente i diritti naturali. Nel 1844 ebbe persino il coraggio di sfidare a viso aperto il monopolio governativo sulle spedizioni postali. Il governo riuscì a fare fallire la società, ma fu costretto ad abbassare le tariffe: una vittoria comunque. Non a caso risulta di adamantina brillantezza e solidità la sua posizione a favore di qualsiasi monopolio imposto coercitivamente contro il diritto naturale della proprietà, e a favore di un mondo sorretto imparzialmente dal volontarismo contrattualistico; unico modo per respingere la schiavitù. In questo stesso contesto vanno lette le durissime requisitorie contro l’imposizione di qualsiasi governo (visto come mera agenzia di assicurazione e protezione), contro gli adulatori della costituzione che pretendono di imporre la volontà propria (o persino dei morti) su chi mai ha sottoscritto quel particolare tipo di contratto – né mai, da uomo assennato, lo farebbe – e contro le banche falsarie, complici delittuose e profondamente in malafede delle nefandezze statali: le vere responsabili di un circolo vizioso fra potere e politico ed economico mirato a tenere in schiavitù gli incolpevoli ed indifesi cittadini. Pietra miliare il raffronto fra lo stato ed il bandito di strada, sempre in No Treason N. 6, che incede evidenziandone le affinità operative per proseguire poi a tutto vantaggio del secondo dal punto di vista dell’”onestà intellettuale”. «Nella pratica il governo, come un bandito di strada, intima all’individuo: ‘o la borsa o la vita’… Il governo certamente non tende un agguato all’individuo in un posto poco frequentato, non lo aggredisce all’improvviso alle spalle, non gli punta una pistola alla tempia per poi svuotargli le tasche. Ma la rapina che compie è comunque una rapina, ed anzi è ben più visibile e vergognosa. Il bandito di strada assume su di sé la piena responsabilità, il pericolo e la criminosità dell’atto. Non fa finta di avere diritto al denaro della sua vittima, né fa intendere di volerlo usare a beneficio del rapinato… Inoltre, una volta che ha sottratto il denaro, poi va via, cosa che la persona rapinata sicuramente apprezza. Egli non continua a pedinare la vittima, contro la sua volontà; non pretende di essere il suo legittimo “sovrano” solo perché le ha offerto “protezione”… In poche parole, egli, dopo aver rapinato un individuo, non tenta anche di renderlo il suo zimbello o il suo schiavo». A coloro che, finora, non hanno ancora avuto occasione di accostarsi al pensiero di quest’uomo straordinario consiglio caldamente la raccolta I vizi non sono crimini, edita da Liberilibri (152 pag.), contenente i saggi fondamentali dell’autore: Vices are not crimes, Natural law e i tre No treason. Costo, appena 14 Euro. Raramente si può avere così tanto per così poco. Nel frattempo, ringraziando un gruppo di libertari statunitensi di buona volontà, potete andare a visitare il sito dedicato all’autore – ricchissimo e facilmente fruibile – all’indirizzo www.lysanderspooner.org; ancora una volta, Internet si dimostra uno straordinario strumento nel sostegno alle ragioni della libertà.
postato da: marcomura alle ore 13:52 | Permalink | commenti (3)
categoria:ricorrenze
giovedì, 11 maggio 2006
11 maggio 1948 Luigi Einaudi è eletto Presidente della repubblica. L'unico degli undici cui quando penso riesco a fare a meno del secchio metallico "modello Zecchi". Un grande uomo e soprattutto un liberale straordinariamente coerente. Si batté strenuamente per la difesa della moneta e della libertà economica. Rigettò con fermezza e lucidità le sciocche pretese del liberalismo liberal del Don Benedetto partenopeo, perenne digiuno delle più rudimentali conoscenze in ambito economico. Un Presidente che davvero sarebbe riuscito a farmi provare un qualche rispetto per questa repubblica puttana. Ciao Presidente. E grazie. Mai prediche mi furono così utili...
postato da: marcomura alle ore 22:26 | Permalink | commenti
categoria:ricorrenze