domenica, 29 aprile 2007
Un nuovo piccolo contributo a una grande causa. Contro gli errori-orrori della burocrazia, per la difesa «senza se e senza ma» della proprietà e delle sue benefiche conseguenze. Un sentito ringraziamento per i loro preziosi suggerimenti e la loro disponibilità a Carlo Lottieri e Carlo Stagnaro, maestri di libertà nella teoria ed esempi di coerenza nella pratica.
IBL focus:  La Campania sommersa dai rifiuti. Un fallimento dello Stato
postato da: marcomura alle ore 19:51 | Permalink | commenti
categoria:politica, attualità, teoria
giovedì, 22 marzo 2007

Per la serie «se non hai un c*zzo da fare», la Shock Treatment Entertainment (cioè io) presenta:

TRA CUMBA E TROGLODITI: L’UTOPIA DI DUE ILLUMINISTI

Nella quattordicesima delle Lettere persiane, Montesquieu lascia che sia un racconto allegorico a esporre le sue idee per quanto riguarda il tipo di società auspicata. Forse non è un caso che lo stesso stratagemma sia utilizzato da Pilati in apertura delle sue Riflessioni. La differenza tra i trogloditi montesquiviano e il Regno di Cumba dell’autore trentino è tutta che, mentre Montesquieu parlava apertamente di virtù, lasciando immaginare riferisse già del culto dello stato, Pilati segue uno schema piuttosto classico per l’epoca: lo sfacelo comportato dal passaggio dal non-cattolicesimo (anche dall’ateismo) al cattolicesimo da parte di una società, ma soprattutto, da parte dei suoi reggenti. Se la trattazione montesquiviana è certamente configurabile come una breve opera distopica, quella pilatiana lo è solo in parte. Questo perché mi sento di considerare utopica la prima parte[1].
Entrando nel merito delle due opere, i tratti fondamentali della perfetta società montesquiviana possono essere riassunti da due sole citazioni. «L’interesse del singolo è sempre legato all’interesse comune, che volersene separare vuol dire perdersi, che la virtù non deve costarci sacrificio, che non bisogna considerarla come uno sforzo penoso, e che la giustizia verso gli altri è carità verso noi stessi»[2]. E, ancora più inquietante: «La natura soddisfaceva ai loro desideri e bisogni. In quel fortunato paese, la cupidigia era ignota: se si facevano dei regali, era il donatore che stimava di aver ricevuto il favore più grande. Il popolo troglodita si considerava come una sola famiglia, gli armenti erano quasi sempre confusi insieme»[3].
Un paradiso incantato, regno di «equità e giustizia» caduto in rovina solo a causa dell’egoismo sempre più dilagante, e descritto come un odioso cancro, e salvato dalla tenacia di due sole famiglie. Precedentemente “liberi”, decisi – a causa dell’enorme accrescimento della popolazione – a darsi un Re, queste le parole che i trogloditi poterono udire dal prescelto: «Voi mi assegnate la corona, e se lo volete assolutamente bisogna che io accetti, ma state certi che morirò di dolore vedendo oggi assoggettati quei trogloditi che nascendo ho trovato liberi»[4].
Difficilmente queste sembrano parole scritte da chi riteneva davvero essere la monarchia la migliore forma di governo.
Se volessimo indagare a fondo la preferenza montesquiviano, infatti, è del tutto probabile che i più attenti arriverebbero a riconoscere tutti gli elementi del socialismo filantropico nato in Francia non troppo tempo dopo, forse non a caso. Di fatto Montesquieu ci profila una comune, in cui contro ogni legge dell’economa e della logica la popolazione e il benessere aumentano a dismisura tanto da suscitare l’invidia dei popoli vicini, responsabili del temporaneo decadimento degli eroici trogloditi.
Per quanto riguarda il trentino, l’operetta si rappresenta come un godibile compendio di tutte le sue idee sulla società del dover-essere. Nella sostanza, non si discosta molto dal contenuto e dalle suggestioni montesquiviane (fatto che contribuisce a farmi credere che si sia sfacciatamente ispirato alla sua opera) sebbene l’accento non cada così morbosamente sulla virtù – che non è altro che una «furberia» con cui Montesquieu intende la gioia di esser schiavi – e sul comunismo. Più semplicemente, nel Regno di Cumba «Nulla si sapeva del commerzio, nulla del lusso, che è figlio del commercio, e nulla di tutti quei vizi, che dal commerzio e dal lusso vengono generati»[5].
Da ciò discende tutto ciò che è narrato come un idilliaco paesaggio di tempi d’oro che (mai) furono. La scena è talmente bucolica da sembrare di schietta ispirazione fisiocratica[6].
È possibile – dal momento che, appena un anno prima, si era espresso in favore del libero scambio – Pilati ritenesse una benedizione solamente tutto ciò non andasse oltre lo scambio dei beni di prima necessità, considerando tutto ciò riguardante le “arti” ineluttabilmente foriero di decadenza e rovina. Questa sorta di incongruenza del pensiero pilatiano è stridente con quanto sostenuto da Montesquieu nelle Lettere persiane. «Hai ben riflettuto allo stato barbaro e infelice in cui ci ridurrebbe la perdita delle arti?», chiede il Montesquieu-Usbek. «Supponiamo [...] che in un regno siano ammesse solo le arti assolutamente necessarie alla coltivazione della terra, che peraltro sono un gran numero, e se ne bandiscano tutte quelle che servono alla voluttà o al capriccio: sostengo che questo stato sarebbe il più miserabile del mondo. quand’anche gli abitanti avessero abbastanza coraggio da fare a meno di tante cose utili ai loro bisogni, il popolo deperirebbe ogni giorno, e lo stato diventerebbe così debole che non ci sarebbe nessuna potenza così piccola da non poterlo conquistare»[7].

Anche la società descritta da Pilati è basata su uno spinto egualitarismo: non ci sono ricchi, non ci sono nobili, sembra che tutti siano aggiogati all’aratro. Neppure ai vecchi è concesso di riposare senza offrire il proprio contributo. In tal senso, il vitalismo tipico di Pilati e – almeno secondo la nota tesi del sociologo liberale tedesco – dei protestanti si presenta come un tratto fortemente caratteristico.
C’è anche materiale riguardo al divisione dei poteri. Nello Spirito delle leggi, Montesquieu scriverà: «Perché non si possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere. Una costituzione può essere tale che nessuno sia costretto a fare le cose alle quali la legge non lo obbliga,e a non fare quelle che la legge permette»[8].
Pilati interpreta il precetto così: «Niun soggetto potea dal re venire incaricato di più di un ufficio, perché volevasi non solo obbligare ognuno a volgere tutta la sua cura dietro al suo impiego, ma sippure prevenire gli assalti dell’avarizia, della ingordigia e della prepotenza. Per questi stessi motivi non duravano le cariche perpetuamente in una sola persona; ma il re era obbligato di non lasciare niun ministro più di dodici anni nel suo ufficio»[9].

Se ne può desumere che Pilati intenda un’agile burocrazia in cui le occasioni di soccombenza ai propri desideri personalissimi sono tenute a freno dalla possibilità d’occupazione di un solo ufficio per volta, nonché dall’obbligatoria rotazione degli incarichi. Purtroppo Pilati non spiega come dovrebbe essere definito il rapporto tra governo e società, non precisando neppure se esista netta differenza tra gli uni e gli altri oppure no. Sapendo che già aveva parlato nelle opere precedenti (seppure meno esplicitamente rispetto alle opere successive) dell’esistenza di una lotta di classe, sembra lecito supporre che Pilati comprendesse la necessaria alterità fra le due categorie.
Dunque i semplici espedienti da lui proposti – piccole dimensioni, univocità dell’ufficio e ricambio ciclico – sono da intendere come la soluzione migliore per evitare il dilagare dei soprusi dello stato ai danni della società. Quindi, a differenza da quanto appariva nella Riforma, nessuna aura di sacralità delle istituzioni secondo la via indicata da Montesquieu.
A differenza della comune adombrata da Montesquieu, va sottolineato che Pilati non mette mai in discussione il ruolo di superiorità del monarca. Certo, con dei limiti ben precisi[10].
Una somiglianza è invece che – così come per Montesquieu erano stati gli invidiosi vicini a spingere per la rovina dei trogloditi – anche per Pilati le cause della rovina di Cumba erano da ricercarsi al difuori di quella civiltà. Al loro arrivo, gli europei, cioè i cattolici, non hanno la benché minima difficoltà ad assoggettare tutti – governanti e governati – alle proprie leggi e costumi. Traspare in tutta la sua violenza il profondo odio di Pilati per tutto ciò che non sia ricollegabile alla semplicità – e alla presunta felice onestà – di una società rurale.
Questo è anche segno che, per quanto errate fossero le sue conclusioni, Pilati si interessasse alle dinamiche comportamentali dell’uomo in società, focalizzando l’attenzione sul rapporto di condizionamento, e giungendo a sostenere l’ipotesi di un duplice condizionamento, sia in senso ascendente (la volontà degli uomini ha ripercussioni sulle strutture sociali, legali ed economiche) che discendete (l’azione umana è condizionata dalla struttura sociale, legale ed economica in cui l’uomo è inserito). Naturalmente, se si considera che Pilati è un razionalista, un pianificatore, contrario alla teoria storica del diritto, e, soprattutto, porta avanti l’idea del polilogismo, sarà evidente credere che questa fosse la più coerente presa di posizione in materia.
Giova ricordare con quanto sfavore Montesquieu vedesse l’espansione del cattolicesimo. Questa la risposta del Montesquieu-Usbek a un mite cappuccino che chiedeva aiuto per una missione proselitistica in Persia: «Andate, voi e i vostri simili no siete fatti per essere trapiantati e farete meglio a continuare a strisciare nei luoghi dove siete nati»[11].
Scrive Pilati: «Questi europei [i proselitisti cattolici] eccitarono in un istante la maraviglia della corte, e furono riguardati come uomini estraordinari e miracolosi. Essi sapevano la musica, la pittura e la scultura, l’astronomia, la fisica, la medicina ed altre cose tali che riscuotono il rispetto e la venerazione. La loro musica dilettava la gente, le pitture e le opere di scultura la sorprendevano, e i loro discorsi sopra la natura delle erbe, degli animali e degli uomini la confondevano. Ma quel che più di ogni altra cosa oppresse di stupore il nostro popolo si fu la chirurgia, la medicina, e l’astronomia. [...] Si mettevano essi a fare cose che erano tenute per impossibili e ch’eglino chiamavano miracoli. [...] E benché eglino tutte queste cose con l’aiuto di mille frodi ed imposture operassero, tuttavia la gente, ch’era semplice e leale, non se ne accorgeva, ma credeva veramente che eglino facessero questi miracoli per essere assistiti da particolare grazia di dio e però niuno dubitava che essi si fossero in fatto missionari della divinità, come appunto li spacciavano. Laonde in brevissimo spazio di tempo tutto il regno di Cumba, trattone alcuni villaggi sui confini, accettò la religione dei missionari, e divenne cristiana in un con tutta la corte e la casa reale»[12].
Stranamente in antitesi a Montesquieu, il trentino ci dipinge le arti (s’intendono le arti sia nel senso moderno che in quello antico, con particolare riferimento al commercio e a quello che oggi chiameremmo terziario) a tinte fosche, quasi si trattasse di mefistofelici sortilegi per ingannare la gente. Il che è piuttosto stridente con quanto affermava sulla funzione pedagogia del teatro. Delle due l’una. O Pilati si era rimandato la geniale intuizione presentata nella Riforma e tanto cara ai recensori tedeschi, oppure non collocava il teatro nell’ambito delle arti, dando a questo lemma più l’idea di qualcosa che ha a che fare con il commercio e con la cultura. In realtà, da polilogista, la soluzione è semplice. Così come il diritto contorto e iniquo dei giurisprudenti e dei governanti era il loro strumento di dominio sulle masse, le arti lo erano alla stesa maniera per gli ecclesiastici[13].
Insomma, se per Montesquieu era sempre e comunque l’uomo (tutti i difetti che ogni uomo ha) il responsabile della rovina dei sistemi perfetti (ora quello immaginario dei trogloditi, ora quello reale di Roma), per Pilati il nemico pubblico numero uno era sempre e dovunque il clero. Non a caso, insiste sul tema della Riforma riproponendo l’equazione del più denaro al clero uguale meno denaro al popolo[14].
Non mancano gli episodi caricaturali – «Laonde la popolazione andava ogni giorno diminuendo sempre più ed i pruni, gli stecchi, e l’erbe selvatiche si dilatavano sopra la terra, che si lascia incolta. [...] All’incontro i frati oziosi, i letterati inutili, gli artigiani superflui, i nemici della fatica, gli spigolistri, i picchiapetti, i paltronieri, i pitocchi e l’altra gente inutile cresceva ogni giorno maggiormente»[15].
Si sa che, in autori brillanti come Pilati, a ogni ironizzare corrisponde una precisa critica della realtà, e il passo dal faceto al serio è impercettibile: «Ma siccome i missionari avevano fatto credere che nel regno non vi fosse altra gente abile a tanta impresa, che alcuni soggetti i quali avevano fatti i loro studi presso i gesuiti, così ne fu data l’incombenza a dieci persone, le quali nelle scienze avevano fatto i maggiori progressi. Ma queste scienze che insegnavano i gesuiti non erano punto adatte né al bene dello stato né all’utilità dei privati. Tutto era sottigliezze, tutto difficoltà inutili tutti concettini senza spirito, tutto arzigogoli irragionevoli, tutto pregiudizi, tutto falsità, tutto confusione e disordine. Non vi s’impara una giusta morale, non una sana politica, non una vera ed ordinata giurisprudenza, non la storia del paese, non cosa alcuna finalmente che potesse servire a procurare il bene de’ sudditi e la prosperità dello stato. Eppure le scuole de’ gesuiti erano meno cattive di quelle degli altri missionari, poiché in queste oltre tutti i mali e vizi suddetti vi regnavano ancora il fanatismo e la bizzarria»[16].
La causa della rovina del regno di Cumba (a differenza di Montesquieu, Pilati non descrive una provvidenziale resurrezione) è proprio da ricercarsi nell’odioso e scientifico uso dell’istruzione obbligatoria. La stessa che, d’altra parte, Pilati sembrava raccomandare nella sua Riforma.
Si diceva, dunque, in apertura: utopia per Montesquieu, distopia per Pilati. Il trucco c’è. Il regno di Cumba finisca in rovina (in realtà la narrazione è sfumata da un finale aperto), vittima di una società che implode su sé medesima, trascinando con in una spirale d’odio e violenza ogni cosa buona e giusta[17].
Ecco il perché di questa scelta. Pilati voleva scuotere le coscienze. Se l’utopia tende a inebetire il lettore inerte trasportandolo nei regni d’aria fondati dall’abuso della ragione, la distopia accende un sacro furore nell’animo del lettore, risvegliando in lui la potenza del leone ferito – l’unico strumento perché possa reagire attivamente.



[1] Considerando che romanzi veramente utopici ne sono stati scritti relativamente pochi, la presenza nel lavoro di Pilati di uno di questi sorprende. Non solo perché proveniente dalla penna d un uomo di legge (questo vale anche per Montesquieu). Ma perché, non è solamente valida di per sé, configurandosi anche come punto di partenza per la trattazione distopica. Ciò non deve sorprendere. In primo luogo perché in un simile operato c’è una linea di continuità con la polemica antiromanistica pilatiana (in linea con quella coeva) che raffronta un abbozzo di infrastruttura giuridica ritenuto “migliore” con gli errori più grossolani della giurisprudenza romanistica. Ma anche forti caratteristiche con il sistema della quaestio che permette di configurare l’Esistenza. Di certo, sintomo non di relativismo, ma chiara testimonianza che, tanto il trentino che il francese, avevano bene in mente un sistema in cui il vero-buono-giusto prevalesse sul falso-cattivo-ingiusto.
[2] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XII, pag. 80.
[3] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XII, pag. 81.
[4] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XII, pag. 83.
[5] Riflessioni, cit., pag. 2.
[6] «Non è guari che i costumi di questa infelice nazione erano così buoni come dicemmo. Non sono più di centocinquanta anni, che il popolo di Cumba non aveva ancora veruna idea di quelle pericolose passioni, che rovesciano le famiglie private, e distruggono gli stati interi. Il travaglio della campagna era allora la principale occupazione della nostra gente: niuno era così ricco, niuno cos nobile, niuno così male educato che reputasse così disdicevole, o soverchia o difficile il mettere mano all’aratro, il condurre il carro, il seminare, il mietere, il menare a pascolo l’affamato bestiame. Non v’erano, che que’ padri di famiglia, i quali travagliando erano pervenuti ad un’età decrepita, ed inabile al lavoro, che a casa si dimorassero; ma essi intanto per non si stare interamente in ozio, badavano a preparare qualche cibo per ristorare la famiglia al suo ritorno dalla campagna. Pochi erano gli artigiani: e questi medesimi impiegavano quel tempo, che loro avanzava dallo esercizio della loro arte, nel lavorare la propria campagna. Poche erano parimente le arti, poiché altri non erano in uso che quelle che per le faccende della campagna, e per li bisogni di una vita rurale, e semplice facevano i maestri». Riflessioni, cit., pagg. 2-3.
[7] Montesquieu, Lettere persiane, cit., CVI, pagg. 204-205.
[8] Montesquieu, Lo Spirito delle leggi, cit., pag. 309.
[9] Riflessioni, cit., pag. 7.
[10] «Il re non poteva dichiarare a nessuna nazione circonvicina la guerra senza aver prima richiesti e raccolti i pareri del popolo [...]. Ma perché la famiglia reale non divenisse per questo troppo potente o troppo presuntuosa, essa era soggetta a certe leggi». Riflessioni, cit., pag. 8.
[11] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XLIX, pag. 127. (Corsivo mio).
[12] Riflessioni, cit., pagg. 9-10.
[13] Inequivocabile la seguente citazione: «Le arti del dipingere e dello scolpire servirono mirabilmente al fine che si erano proposti i missionari [...] inoltre ogni giorno vi era qualche solenne musica in qualche chiesa. Ogni giorno qualche redica, ogni giorno qualche indulgenza, ed ogni giorno qualche funzione estraordinaria, le quali cosa attiravano tutta l’attenzione della gente ai missionari e la rendevano come sbalordita e priva di ogni raziocinio e sentimento umano». Riflessioni, cit., pag. 14.
[14] «Per questa maniera le case de’ ministri di dio divennero in breve tempo ricche di uomini abilissimi ad ogni cosa e di terre e di possessioni fertilissime. Ma all’incontro i popolo andava sempre peggiorando e camminando a gran passi verso la povertà e la miseria. E sembra che ciò avesse dovuto finalmente fare aprire gli occhi alla gente ed indurla ad odiare  a scacciare dal regno coloro che erano la cagione di sì gravi malanni. Ma la bisogna andò tutt’altramente. Niuno pensava più a derivare da missionari l’origine delle sue disavventure. Essi si erano già guadagnati intieramente l’affetto e la stima comune, ed avevano con mille arti incantato la nazione intera». Riflessioni di un italiano, cit., pag. 13.
 Una smania direttamente derivante da un errore in cui, a ben vedere, si era ben guardata da incappare la scuola classica: ritenere l’economia come un gioco a somma zero – o forse addirittura negativa.

[15] Riflessioni, cit., pag. 18.
[16] Riflessioni, cit., pag. 21.
[17] «Ogni partito trovò i suoi clienti ed i suoi avvocati e la furia di queste controversie invase tutte le case sì de’ signori come de’ plebei». Riflessioni, cit., pag. 27.

postato da: marcomura alle ore 22:37 | Permalink | commenti
categoria:teoria
giovedì, 16 novembre 2006

Ciao Prof. Friedman.

Ora, la ciliegina sulla torta rispetto a quanto ho pubblicato ieri. Un breve stralcio dalla mia tesi. «Sfacciato d’un bertoldo vanesio!» brontolerebbe la mummia francese... Che, per quanto mi riguarda, può continuare a starsene al sulfureo calduccio delle adiacenze "chiappesche" del demonio, lui e tutti gli altri virtuosi e infervorati amanti della “patria” e baciapile del potere (ma ci andavano a letto con questa vecchia baldracca? Brr... Mi si gela il sangue, ricordando che l’unico buco che essa – invariabilmente? – vanta è quello nei “suoi” conti). Comunque, chissà sotto quale stano influsso ero quando ho scritto la sezione da cui ho preso gli excerpta... La morale è che vedeva giusto il Montesquieu delle Lettere persiane (coerentemente con l’idea austriaca e, ancora prima, scozzese – mentre sul tema, Locke vaneggiava un pochino, ma non per questo gli vogliamo meno bene): non esiste, né mai lo è esistito, alcuno “stato di natura” che non sia un mero (controproducente, ma vallo a spiegare a chi lo usa!) espediente logico... Così se la prende nella sacca delle arance pure quel furbacchione di John Rawls e la sua strampalata superstizione degli uomini sonnambuli che aleggiano per le ineffabili lande di un altrettanto oscuro Iperuranio a sottoscrivere veri contratti come se sapessero veramente cosa è un contratto e conoscessero ciò che è vero, ancora prima di esser loro stessi tali. F*ck, yeah!

 
STATO DI NATURA

Si è vista, nel secondo capitolo, la confusa posizione pilatiana riguardo a contrattualismo e stato di natura. Adesso, siccome si è fin troppo fatto notare le numerose aporie dell’autore trentino, sarà divertente sottolineare quelle del mostro sacro di La Brede. Lo si prenda un po’ come un “atto di giustizia” nei confronti dell’illuminista emarginato. Nelle lettere Montesquieu scriveva: «Se gli uomini non si unissero in società, se si abbandonassero e si fuggissero l’un l’altro, si dovrebbe domandarne la ragione e ricercare perché si mantengano separati; ma essi nascono già legati gli uni agli altri; il figlio è nato vicino al padre e ci rimane: ecco la società e la causa della società»[1]. Quindi è evidente che – correttamente, dal mio punto di vista – Montesquieu non pensa alla società naturale se non come un mero artifizio logico. Mentre nello Spirito delle leggi scrive: «Come hanno rinunciato alla loro indipendenza per vivere sotto le leggi politiche, gli uomini hanno rinunciato alla comunità naturale dei beni per vivere sotto le leggi civili. Quelle prime dettero loro la libertà; le seconde, la proprietà. Non bisogna decidere secondo le leggi della libertà, la quale [...] non è che l’impero della legge che riguarda la città, quello che dev’essere deciso soltanto dalle leggi che concernono la proprietà. [...] il bene particolare deve cedere dinanzi al bene pubblico [...] nei casi in cui si tratta dell’impero della città, cioè della libertà del cittadino; non ha luogo nei casi in cui si tratta della proprietà dei beni, perché il bene pubblico è che ciascuno conservi invariabilmente la proprietà assegnatagli dalle leggi civili»[2]. Faccio mie le parole di un maestro liberale francese che, circa cent’anni dopo, scrisse: «L’infatuazione volgare avrà un bel gridare: è Montesquieu, dunque è magnifico! sublime! avrò il coraggio della mia opinione e dire: Cosa? avete la sfacciataggine di trovarlo bello? Ma è spaventoso! abominevole! E queste citazioni, che potrei moltiplicare, mostrano che nelle le idee di Montesquieu, le persone, le libertà, la proprietà, l’umanità tutta non sono che materiali propri a esercitare la saggezza del legislatore»[3].

[1] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XCIV 187-188.
[2] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., 831.
[3] Frédéric Bastiat, La legge, a cura di Nicola Iannello con introduzione di Carlo Lottieri, Leonardo Facco Editore, Treviglio (BG), 2001, pag. 61.

postato da: marcomura alle ore 23:36 | Permalink | commenti (6)
categoria:teoria, vetriolo
lunedì, 12 giugno 2006
Da oggi, sul sito dell'Istituto Bruno Leoni è possibile scaricare (gratuitamente) il focus - curato dal sottoscritto - dal titolo «Proprietà ed esternalità: il caso Biassono e l'autodromo di Monza».
Ringrazio l'Istituto e in particolar modo il prof. Carlo Lottieri per l'importante opportunità concessami e per l'affetto e la disponibilità dimostratemi in questa ed in altre circostanze. Un pensiero d'obbligo anche all'amico Ventinove Settembre, senza l'incoraggiamento e le osservazioni del quale il focus non avrebbe mai visto la luce.
postato da: marcomura alle ore 16:14 | Permalink | commenti (3)
categoria:diritto, teoria
domenica, 21 maggio 2006

SEI LIBERTARIO? NON SPOSARTI!

«E’ lecito per un libertario un contratto tra marito e moglie che dice che se la moglie vuole divorziare lo può fare solo con l'assenso di un “giudice” indicato nel contratto? Cioè, posso lasciare la mia decisione di divorziare nelle mani di un terzo (e in questo senso limitare la propria libertà di decidere se divorziare o no)?»

Chi scrive, essendo un cultore appassionato di diritto delle religioni è bene attento al fatto che quello del matrimonio è un argomento assolutamente delicato che, soprattutto secondo gli standard valutativi libertari, non dovrebbe avere nulla – o quasi – a che vedere con le discussioni leguleie quanto, a limite, con quelle di sociologia, psicologia, storia e filosofia. Così, da una prospettiva sociologica si potrebbe aprire un’ampissima digressione, che ne abbraccerebbe una altrettanto ampia in ambito economico, per sottolineare la genesi dell’istituto del matrimonio come il più fortunato esempio di pratica utilitaristica nella storia dell’umanità. Da una psicologica, invece, ci si potrebbe soffermare sullo studio del perché l’uomo abbia ritenuto di agire in tale maniera. Da storico osserverei la precocissima involuzione di questo istituto in strumento di controllo ed ingegneria sociale nelle mani dei folli governanti di ogni dove e quando. Infine, da cultore di filosofia, potrei interrogarmi su questioni come, ad esempio, quale sia il senso corretto da dare al matrimonio, come deve essere vissuto, quale deve essere il criterio razionale per la scelta del coniuge e così via. Ma, essendo stato interpellato in veste di “giurista” (questo è l’ambito in cui sono, almeno comparativamente, più accreditato per un parere tecnico), mi limiterò a trovare la miglior soluzione possibile da un punto di vista del proprietarismo (chiamatelo come vi pare, tanto è di questo che il “libertarismo” si tratta) allo stesso tempo con un occhio di riguardo a mettere in evidenza e chiarire gli aspetti più controversi della questione più generale riguardante la «limitazione volontaria della propria libertà». Al giorno d’oggi, il significato dell’istituto matrimoniale è profondamente confuso. La causa principale di questo fatto è la prevalenza in ambito giuridico della teoria della promessa come contratto vincolante. Dal punto di vista libertario, invece, essendo una simile teoria da respingere con sdegno, l’analisi si rivela lineare. Il matrimonio altro non è che una particolare scelta di vita poggiata sulla libera volontà dei coniugi[i], e non potrebbe essere diversamente (tecnicamente giusto un’alternativa ad altre – in particolare al celibato). Naturalmente, questa libera volontà non può che manifestarsi attraverso la stipulazione di un contratto nel quale si palesano i «diritti e doveri» coniugali. Che poi esso sia visibile o meno, questo non ha la minima importanza. Tutt’al più il coniuge sprovveduto, come avviene in qualsiasi altro caso di accordo tacito o orale, potrebbe incontrare delle difficoltà al momento della sua prova in giudizio. Ma niente più. D’altro canto, il fatto stesso che esista un nucleo familiare (beni e prole in comune etc.) dimostra l’esistenza di un contratto matrimoniale, magari tacito, ma certamente concluso secondo libera volontà. Se così non fosse, è logico supporre che una delle parti avrebbe precedentemente agito in giudizio contro l’altra per rapina, riduzione in schiavitù, stupro e così via. Chiariamo le idee su due punti la cui corretta definizione è indispensabile alla comprensione dell’argomento trattato. Con (1) l’espressione libera volontà – che non è altro che una tautologia, essendo sufficiente riferirsi alla volontà, non potendo questa che essere «libera» – si intende una condizione univoca della mente del soggetto agente – «che desidera qualcosa e si dispone all’azione per ottenerla» – e che si esplica nel mondo visibile attraverso una scelta che, a sua volta, non è che il compimento di un’azione che sia cosciente (nel senso che il soggetto sia in grado di rapportarsi coerentemente all’azione e capace di intuirne gli effetti prevedibili e desiderarli) e libera (nel senso che non vi sia un intervento coercitivo di terzi che costringano l’attore ad agire in maniera univoca contro il proprio desiderio). Di fatto, è evidente, vale l’equazione volontà-scelta. Per quanto, invece, riguarda (2) il contenuto del contratto matrimoniale – a prescindere da cosa il matrimonio abbia rappresentato e rappresenti per l’umanità – bisogna distinguere categoricamente quelli che sono (a) i rapporti sentimentali fra coniugi da tutto ciò che può essere ricondotto ai (b) rapporti economici in senso lato e dalle (c) prestazioni personali, una sottocategoria particolare nell’ambito dei penultimi. Ritenendo fuori luogo dover dimostrare cosa sia un rapporto sentimentale, passo all’esemplificazione dei rimanenti punti. Un rapporto economico può essere la proprietà comune della abitazione adibita a dimora del nucleo familiare. Oppure il vincolo di un coniuge a elargire in favore dell’altro una certa somma di denaro ad una certa cadenza nell’ambito di un lasso di tempo concordato. Con l’espressione prestazione personale, intendo – sulla base delle «prestazioni d’autore» contemplate anche dal nostro codice civile – tutte quelle la cui messa in opera è vincolativamente posta in capo al soggetto obbligato. Ad esempio l’obbligazione da me assunta di accompagnare una determinata persona in un determinato luogo (magari un bambino all’asilo). Oppure, ancora più chiaramente, l’obbligazione per cui devo scrivere personalmente un articolo di giornale o incidere le tracce di basso sull’album di un cantante che a tale fine mi ingaggia. Per farla breve, si tratta di tutte quelle prestazioni in cui la discriminante indispensabile sia l’adempimento personale del soggetto cui fa capo l’obbligazione. Manca cioè la fungibilità. L’obbligo «che la camera da letto sia pulita» (rapporto economico, in quanto l’obbligato può pagare un terzo affinché svolga il lavoro) è cosa ben diversa dall’obbligo «che Marco Mura pulisca la camera da letto» (per cui sono obbligato a compiere materialmente in prima persona l’intero ingrato lavoro). Detto questo, quale sarebbero gli accordi matrimoniali in una libera società fra due libertari2? Rapporti sentimentali. Certamente – proprio come accade oggi – non esisterebbe nessuna agenzia legale disposta ad accollarsi folli impieghi come quello di costringere il coniuge non più innamorato a ripristinare il suo sentimento (cioè la sua volontà in materia di sentimenti) allo stato in cui era nel momento in cui concluse il “contratto-accordo sentimentale” con la sua ormai ex “dolce metà”. Non si assisterebbe ad un così squallido fenomeno per un motivo molto semplice: non è possibile farlo. Se per esempio, due persone ignoranti stipulassero volontariamente un contratto imperniato sulla sciocca promessa del «finché morte non vi separi», questo sarebbe senza dubbio nullo (inoltre, l’agenzia legale dovrebbe rispondere dei danni per frode per avere offerto ai suoi clienti una prestazione impossibile a causa dell’impossibilità stessa dell’oggetto del contratto). Perché? Semplice. Le promesse (esplicazioni esteriori di una condizione mentale) sono riconducibili alla volontà degli attori (la condizione mentale). Ma questa non è alienabile. In base alle leggi naturali riguardanti l’uomo, essa è patrimonio unico dello specifico soggetto e non suscettibile di trasferimento. Questo significa che non si può concludere alcun contratto vincolante in cui uno degli oggetti sia la mera volontà del concludente! Ma c’è dell’altro. Non potendo prevedere quali saranno le proprie idee in futuro, nessuno può essere «proprietario» in senso tecnico della propria volontà. Infatti, cosa significherebbe «decidere della propria volontà» se non semplicemente mutarla? Per sua stesa natura la volontà umana (libera, a differenza di quella animale meramente determinata – e quindi forse neppure meritevole di tale appellativo) è una condizione instabile. Quante volte, nella vostra vita, è bastato leggere quattro righe, magari per puro caso, per farvi cambiare totalmente idea su un argomento? La vostra “volontà” (politica, in questo caso) appena finito di leggere L’etica della libertà, era la stessa di cui eravate pervasi durante il vostro primo giorno sui banchi delle scuole medie superiori? Bene, qui non si tratta di sola teoria libertaria. Qualsiasi, e sottolineo qualsiasi, persona assennata (cioè, ahimè poche) si renderebbe conto della tragedia che rappresenterebbe per l’umanità l’idea di costringere chiunque a comportarsi nella maniera coerente con la volontà espressa anche tanto tempo prima! E’ così del tutto evidente che, nell’ottica matrimoniale libertaria, la domanda «è possibile divorziare» non ha alcun senso. Ma nemmeno «posso lasciare la mia decisione di divorziare nelle mani di un terzo» ne ha molto. Sarebbe come dire «è possibile che un uomo possa modificare la mia condizione mentale contro la mia volontà»? Chiunque condivida una simile affermazione non solo è ampiamente al di fuori dell’idea libertaria di libertà. Ma la sua posizione – esattamente analoga a quella socialista – è persino più indifendibile di quella degli schiavisti classici: una situazione in cui le persone sono costrette ad agire costantemente conto la loro volontà (e se ne percepiscono nitidamente i segni dell’imputridimento morale conseguente) esiste ed ha un nome ben preciso. Sua maestà il nostro nemico: lo Stato in persona! Ad adiuvandum, sarò ripetitivo al limite estremo della logorrea. Come ho già sottolineato, (1) la volontà non è altro che una condizione mentale della persona. Così, date le leggi di natura inerenti l’uomo, è assolutamente impossibile ipotizzare una sua alienabilità e dunque di una sua presenza sinallagmatica all’interno di un contratto. Vale la pena ricordare che il proprietarismo pretende che, affinché il contratto non sia nullo, vi sia uno scambio dei titoli di proprietà (es. proprietà denaro vs. proprietà automobile). Non essendo una proprietà suscettibile di scambio nel mondo fenomenico, la volontà – va da se – non può essere alienata. La volontà non è solo “inafferrabile” – ad esempio non è modificabile da un intervento coercitivo, fatto che depone fortemente a favore dell’incoercibilità delle scelte a lei riconducibili – in qualsiasi momento dato. Essendo il frutto delle specifiche modificazioni che la nostra mente subisce in conseguenza degli imprevedibili stimoli cui è sottoposta nel corso della vita dell’attore, la volontà è fortemente suscettibile di mutamento. Se così non fosse, sarebbe possibile il calcolo economico esatto; a quel punto non vi sarebbe alcuna parola da spendere in favore della libertà. (2) Nessun uomo può prevedere esattamente quale sarà la sua volontà futura in un imprecisato momento futuro, dinnanzi ad una situazione imprevedibile e dopo avere vissuto una serie di situazioni a loro volta impreviste e affrontate con volontà di volta in volta mutata. Correttamente, a mio avviso, si potrebbe sostenere che neppure l’attore attuale è proprietario della volontà che lo pervaderà fra venti anni, ma anche uno o due – non è questo ciò che importa. Quello che conta è che la volontà è assolutamente inalienabile. Anche questo preclude la possibilità che possano esistere agenzie legali disposte ad agire secondo premesse che se sviluppate coerentemente porterebbero ad esiti dispotici. Nessuno accetterebbe di vivere in un mondo così violento! Rapporti patrimoniali. Per quanto riguarda i contratti economici in senso lato non vi sarebbe alcun problema. I coniugi potrebbero agevolmente definire nel dettaglio la loro reciproca condizione finanziaria futura con gli strumenti contrattuali che più riterranno rispondere alle comuni esigenze. Ad esempio, nel caso in cui volessero la «comunione dei beni» sarebbe sufficiente creare una società alla pari in cui è necessario il consenso congiunto per qualsiasi operazione implicante la disposizione dei beni sociali. Ma si potrebbe anche ipotizzare un’infinità di tipi contrattuali. Per esempio, nella sciagurata ora in cui decidessi di sposarmi ed avere dei figli, allo stesso tempo garantendomi la possibilità di ritirata in qualsiasi momento, potrei optare per definire i rapporti patrimoniali con mia moglie secondo un “leggero” contratto dal seguente tenore: «I sottoscritti Mura Marco e Usai Valentina nati rispettivamente a… aventi sede legale in… costituiscono la società matrimoniale denominata “Mura-Usai famiglia felice” per cui ciascun coniuge s’impegna al deposito di un quinto di tutte le sue entrate nel fondo comune destinato a finanziare le esigenze familiari – definite in base… e secondo… – costituito presso la banca… ed amministrato da entrambi i coniugi secondo i seguenti criteri… Per i seguenti casi d’inadempimento sono stabilite le seguenti sanzioni corrispettive… Qualsiasi disputa su presunte frodi contrattuali, casi d’inadempimento e qualsiasi altra questione attinente al presente contratto verrà risolta da un collegio arbitrale di tre elementi di cui due scelti uno a testa dai coniugi ed uno di comune accordo secondo i seguenti criteri… In qualsiasi momento qualsiasi coniuge potrà recedere dalla società rinunciando implicitamente a quanto fino ad allora versato nel fondo comune». Ciò che però conta, è che in sostanza manca una vera e propria clausola di esecutività. E non potrebbe che essere così! Nessuna società può esserci se i soci desiderano ognuno l’opposto dell’altro. E nessuno potrebbe forzarmi, per gli stessi motivi validi per i “contratti-accordi” sopra analizzati, a mantenere sempre uguale la mia volontà in merito alla mia partecipazione in essa. Benché al momento non abbia approfondito il discorso, mi viene da ipotizzare che un disincentivo all’abbandono della società matrimoniale potrebbe essere dato dall’introduzione di una clausola d’esecuzione, ma al momento non vedo una prestazione non riconducibile alla volontà e quindi non suscettibile di scambio (l’impegno di versare i soldi in cambio di nulla – come nel caso del fondo familiare – non è pur sempre una promessa?). A  fortiori, ciò che fa propendere alla libertà assoluta di recesso è il fatto che non vi è uno scambio su cui impiantare un contratto eseguibile. Infatti, la promessa di una donazione è, al pari di qualsiasi altra, assolutamente insuscettibile d’esecuzione coatta. Questo è quanto: dalla società famiglia (è una pseudo-comune, per l’esatezza) qualunque membro può secedere a piacere. Qualsiasi ipotesi contraria implicherebbe schiavitù, quindi sarebbe incompatibile con il libertarismo. Prestazioni personali. Sebbene quanto segue possa sembrare piuttosto triste ai lettori più romantici o “tradizionalisti”, lo strumento contrattuale potrebbe, invece, bene regolare  le prestazioni del terzo tipo, quelle da me indicate come prestazioni personali. L’obbligo di convivere, di copulare ad intervalli definiti, di trascorrere un determinato numero di ore al giorno con il proprio figlio etc. sono tutte prestazioni personali riconducibili allo schema del contratto esecutivo. Se si vuole vivere la propria vita coniugale liberi da qualsiasi “forzatura” si lasciano tutti questi punti indefiniti. Così nessuno sarà legittimato ad obbligare un coniuge ad una qualsiasi condotta o compimento di una prestazione. D’altro canto, se nel contratto non si dispongono le prestazioni in maniera che ciascun coniuge dia qualcosa suscettibile di proprietà in cambio all’altro, non potrà esserci che una mera promessa. Confrontate le seguenti clausole di contratti. (a) «Il coniuge Mura Marco si impegna a cucinare per la famiglia il fine settimana, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito umanistico… il coniuge Usai Valentina si impegna a cucinare per la famiglia dal lunedì al venerdì, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito scientifico…». Si tratta di una mera promessa. Nessuno dei due coniugi ottiene alcuna proprietà in cambio della sua (le proprietà coinvolte sono corpo e tempo, ovviamente). (b) «Il Coniuge Mura Marco si impegna a cucinare per la famiglia il fine settimana, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito umanistico… in cambio del versamento del coniuge Usai Valentina di un quinto delle proprie entrate finanziarie sul fondo patrimoniale comune… A sua volta, il coniuge Usai Valentina si impegna a cucinare per la famiglia dal lunedì al venerdì, ad aiutare i figli nei compiti riguardanti l’ambito scientifico… in cambio del versamento del coniuge Mura Marco di un quinto delle proprie entrate finanziarie sul fondo patrimoniale comune…». Essendo di natura sinallagmatica, a questo contratto è applicabile la clausola d’esecuzione. Tanto più elevata sarà la somma da riscattare per il recesso (fermo restando che il contratto può essere a tempo, ad esempio «finche i figli non abbiano raggiunto i venticinque anni») tanto minori saranno le probabilità di abbandono. Tutt’altro discorso – riprendendo insieme tutti e tre gli aspetti in cui si è scomposto il rapporto matrimoniale – meriterebbe la valutazione della moralità e della praticità di una condizione in cui due persone oramai indifferenti l’una con l’altra, quando non apertamente ostili, continuino a fare parte dello stesso gruppo sociale ristretto – come nel caso della famiglia. Per fortuna non sono stato interrogato su tale punto. Tuttavia, come chiunque, mi verrebbe da suggerire in tal caso la soluzione dell’affidamento al buon senso – concetto molto meno astratto di quanto comunemente si creda. D’altronde, se esso non fosse un elemento della natura umana, sarebbe l’uomo stesso a non esistere più. Riassumendo brevemente, esistono tre elementi che stabiliscono l’impossibilità della partecipazione involontaria (quindi la limitazione – anche volontaria – della propria libertà) alla società matrimoniale, come a qualsiasi altra società particolare. (1) Nessuno è «padrone» della propria volontà. Benché essa sia parte integrante della mente di una determinata persona, essa è suscettibile di mutamento a prescindere dalla una meta-volontà pregressa. Quindi, se persino io non sono in grado di “possedere” o persino determinare la mia volontà, a maggior ragione nessun’altro potrà essere legittimato ad esserlo. Qualsiasi ipotesi contraria sarebbe contro natura. (2) La volontà si esplica o in azioni coscienti e libere (come chiaramente esposto) oppure in promesse. Le promesse non sono suscettibili di esecutività e sono ontologicamente destinate a esplicarsi in un momento futuro a quello della loro prestazione. Ho ribadito con logorroica insistenza che la volontà è mutabile (in un certo qual modo, direi dinamica). Dunque, mutando la volontà in merito, nessuna promessa può essere mantenuta. In nessun caso. Qualsiasi ipotesi contraria sarebbe contro natura. (3) I contratti familiari, e in generale tutti quelli in cui ci si vincola ad una prestazione senza una corrispettiva proprietà in cambio, sono riconducibili a mere promesse e non possono, perciò, essere suscettibili di esecutività. Qualsiasi ipotesi contraria sarebbe contro ragione. Ad ogni modo, in un mondo libertario andrebbero valutati i casi tipo giurisprudenziali derivati dall’agire delle società legali riguardo i contratti più complessi e di dubbia risoluzione. Personalmente non ritengo che esse si accollerebbero i rischi di fa rispettare contratti allucinanti, benché teoricamente efficaci, come «Mura Marco si impegna alla totale astensione da rapporti extramatrimoniali in cambio del medesimo impegno di Usai Valentina». Probabilmente la psicologia, la sociologia ed il senso comune opterebbero per l’assurdità di una tale ipotesi e la giurisprudenza seguirebbe a ruota. (Notare la posizione fortemente liberale-austriaca contraria alle metodologie proprie dell’illuminismo giuridico dell’imposizione della legge dall’altro e contro la volontà della società – non è che in un mondo senza stato non esisterebbero istituzioni… semplicemente sarebbero aderenti alla volontà generale intesa come semplice senso comune). Quindi, riguardo il matrimonio, sia chiara una cosa. Da proprietarista (benché consapevole che nell’ambito di tutte religioni il matrimonio come sacramento nasca da considerazioni di tipo utilitaristico) confido nell’idea che sia ridurre il legame matrimoniale ad una mera “questione d’amore” o di religione, mettetela come più vi piace E’ fondamentale che il vincolo che unisce i coniugi non vada mai oltre la blando momento sentimentale-ideale di cui i romantici di tutto il mondo non fanno che riempirci le tasche (salvo poi correre ad allearsi con un giudice per rapinare impunemente il povero coniuge – chissà perché sempre di sesso maschile – portandogli via fino all’ultimo centesimo). Essendo il matrimonio un potentissimo strumento di potere nelle mani dello stato, la migliore precauzione al vedere la propria vita rovinata non può che essere la prevenzione: non sposatevi. Allo stato attuale, conoscendo le leggi, si possono anche trovare scappatoie relativamente facili per aggirarle. L’ostacolo più grande, però, è la stupidità dell’innamorato che si ostina a non voler prendere neppure minimamente in considerazione la possibilità di ciò che è più che ovvio agli occhi di chiunque, con mente lucida, riesce a capire. Non siamo padroni della nostra volontà futura. Certo, si possono fare previsioni “ragionevoli” in proposito. Ma la pretesa di poter conoscere il proprio futuro non è che una di quelle nitide esplicazioni dell’odiosa presunzione del sapere di stampo socialista-positivista3. Guarda caso, tutto ciò di cui basta essere intimamente convinti per distruggere, giorno dopo giorno, l’amata quanto fragile libertà, propria e altrui. Secondo ragione, si direbbe che solo un pazzo potrebbe accettare di vivere in schiavitù il resto dei suoi giorni per via di uno stupido errore commesso pochi anni fa. Secondo empirismo, si direbbe che il mondo strabocca di pazzi. Riallacciandoci al discorso della «limitazione della propria libertà in generale», alla luce dell’idea portata avanti in questa analisi, ritengo che la soluzione libertaria sia quella per cui qualsiasi contratto che preveda la coercibilità di decisioni implicanti modificazione della volontà (oltre che essere un’idiozia sul piano fattuale) è nullo per impossibilità di esistenza della prestazione. Qualsiasi ulteriore parola sarebbe una perdita di tempo, quanto meno una sventura per me, visto che questo è stato l’argomento più noioso che abbia finora trattato secondo un profilo libertario. Oltre essermi rotto le palle, mi sono pure avvilito a dismisura quando ho eliminato per errore dal pc la bozza di questo maledetto articolo! Nel dubbio, amico lettore, mi sento comunque di poterti dare un consiglio: se credi nella libertà, non sposarti! Le leggi naturali conducono alla libertà. Ritengo che questa analisi ne sia un’efficace esempio.


[i] Per inciso, da una prospettiva libertaria niente e nessuno potrebbe impedire ad una pluralità di terzi un matrimonio poligamico, così come uno omosessuale e così via. Certo, in quest’ultimo caso – probabilmente – rimarrebbe, in ambito conservatore o religioso tradizionalista, l’annosa discussione sulla moralità di una simile situazione e sulla meritorietà da parte di tale unione del titolo onorifico di “matrimonio”. Ma tutto questo non potrebbe minimamente portare alla limitazione della libertà di alcuno ad intraprendere la strada di un “matrimonio eterodosso”.

2 Se esistesse una società libertaria, secondo un criterio logico di ricostruzione dei fatti, esisterebbe a maggior ragione una società profondamente ispirata ed osservante la teoria proprietaristica. Sebbene le comunità socialiste, o quelle cristiane e così via, si limiterebbero a riconoscere il diritto di secessione alle comunità proprietaristiche, questo non significa che scomparirebbero i problemi legati ad un istituto, quello matrimoniale, reso assolutamente ridicolo nei secoli dall’intervento coercitivo statale. Quindi, benché all’interno di una società proprietaristica – come spiego – il problema di matrimoni e divorzi sarebbe praticamente inesistente, nelle comunità statualizzate (e dunque anche nei casi in cui uno – o più – coniugi appartenessero ad una comunità in cui lo stato si arroga il monopolio della legislazione matrimoniale, come qualsiasi stato che ora mi viene in mente) rimarrebbe il grave problema del divorzio. Questo argomento rientra nella discussione sui rapporti fra diversi ordinamenti, sul quale sono preparato ma che non posso trattare a causa dell’ampiezza della discussione e dell’eccessivo appesantimento della discussione che comporterebbe.

3 Ritenere il contrario significherebbe essere – quantomeno – totalmente al di fuori del background culturale della Scuola austriaca, l’unica in grado di garantire una prospettiva sociale realmente coerente con la libertà, la pace ed il benessere universali. Si commetterebbe l’errore degli esponenti della Scuola di Chicago, con tutto il rispetto parlando, una vera nemica mortale dell’austriaca – al di là dei pochi punti di contatto e delle apparenti consonanze.

postato da: marcomura alle ore 16:59 | Permalink | commenti (22)
categoria:diritto, teoria
domenica, 30 aprile 2006

POLITICA O CULTURA?

E’ cosa nota come, nel rendere gli uomini consapevoli dei loro errori, non vi sia niente di più efficacie del sapore salmastro delle lacrime. Il guaio capita quando, anziché accettarli e renderli utili sapendone ricercare i motivi, ci si aggrappa al nulla chiudendo gli occhi per finire poi affogati nella valle di lacrime da se stessi creata. Mai come nell’osservare le sciagurata avventura del Centrodestra presunto “liberale” ho avuto più coscienza di quali disastri comporti la cattiva attitudine ad ignorare la “troppo crudele” realtà e le sue ineludibili leggi. Cattiva premessa per un discorso vecchio di un secolo. A maggior ragione per chi -come chi scrive- crede nella lucida genuinità delle idee che furono di Mises e Bastiat, fra i tanti. Parliamone.

Il Cavaliere ha rappresentato uno straordinario esempio di genio imprenditoriale. Purtroppo, quest’aura da “uomo della Provvidenza” è destinata a scomparire non appena ci si sposta sullo scivoloso campo della politica. Un grave errore gli va addebitato. Da una prospettiva liberale, il suo impegno politico in prima persona è stato quanto di più controproducente ci si potesse aspettare. Egli si è insistentemente posto dinnanzi all’opinione pubblica come portatore d’idee liberali. Purtroppo, il fallimento nell’attuare un’azione di governo realmente liberale -benché non imputabile tout court a lui- ha avuto la conseguenza di diffondere l’idea che le formule di cui parla con tanto entusiasmo siano talmente cattive o “complicate” da non poter essere praticate neppure da chi le sostiene, che quindi è in evidente malafede. Sarebbe stato meglio dire a chiare lettere «sono spiacente ma, a queste condizioni, non potrei che offrirvi il solito governicchio conservatore tendenzialmente (cioè poco) “liberista” perciò preferisco uscire dal teatro ed organizzare, finanziandola, una nuova rivoluzione culturale». Purtroppo così non è stato, ed ora non sarà facile convincere l’uomo della strada che ciò che ha visto non era liberale, come i molti dalla lingua biforcuta hanno piacere a fargli credere. Ad ogni modo, non ci sarebbe peggior male del rimuginare sui “se” e “forse”. Oggi siamo, ancora una volta, di fronte ad un bivio. Per evitare il perpetrarsi dell’errore, ciò che più è necessario è capire che dove c’è politica non ci può essere cultura. Ma è la cultura, non la politica, ciò che fa girare il Mondo ed agire le sue genti. Se davvero si vuole invertire la rotta, è bene ragionare e agire coerentemente. Da liberali, è necessario compiere una scelta, spazzando via gli errori del passato. La politica non è che l’imposizione delle decisioni assunte dalle élites di governo. Detenendo il potere, esse non hanno necessità di giustificare realmente le proprie scelte. Lo scopo di ogni organizzazione politica è l’imposizione di un piano d’ingegneria sociale. Il che è possibile solo a condizione che si soddisfino le lobbies compiacenti e salvo uno sradicamento assoluto dello status quo, la cui difesa è fortemente radicata nel senso comune. Ma queste sono esattamente le due cose contro cui ogni liberale lotta. E’ allora possibile, in un paese di profonda cultura “socialista” come il nostro, imporre dall’alto scelte così odiate come sarebbero tutte quelle coerentemente liberali? La risposta negativa è più che scontata. La cultura, contrariamente alla politica, non ha alcuna possibilità d’imposizione. Le uniche maniere con cui una cultura, in specie quella liberale, può essere diffusa e difesa sono le due arti dimenticate del ragionamento e della persuasione. E’ evidente che confrontarsi con persone presuntuose di sapere, ignoranti ed in malafede sia quanto di più sgradevole e difficile si possa immaginare. Lo sappiamo tutti. Ma, a conti fatti e che piaccia o meno, questa è l’unica strada percorribile e coerente nell’ottica dell’ennesimo tentativo di realizzare la “nuova Genesi liberale”. Stando così le cose, quale deve essere il modus operandi? Il “gramscismo liberale” è un’intuizione geniale, ma va rettamente intesa. Il vero liberale non persegue alcun progetto esclusivo per conto di particolari rivoli della società. Non ha padroni né partiti cui rendere conto. Sa esattamente che il modo migliore per aiutare tutti è non aiutare nessuno. La vera sfida è far capire a tutti perché le cose stanno così. Ecco perché le principali strade da battere sono tre. Avere il coraggio di smuovere le putride acque della scuola pubblica. Fare leva presso le associazioni religiose affinché, finalmente, comprendano l’inefficienza e l’ingiustizia del welfare state. Stringere la mano ai tantissimi e dimenticati attori del commercio e dell’imprenditoria onesta, cui non sarà difficile far capire che dare cinque per ricevere tre non è un buon affare. E’ uno di quei tanti che fanno piangere…
postato da: marcomura alle ore 19:01 | Permalink | commenti (3)
categoria:teoria
venerdì, 10 marzo 2006

Caso Calderoli; l’ennesima pugnalata ad una libertà ormai negata

Vagonate e vagonate d’insopportabili geremiadi. In quantità industriale e per di più impacchettate nella peggiore forma che per esse sia mai stata trovata: ragli e nitriti in confezione mandria allargata. Ecco l’infecondo epilogo dell’ennesima e, a dir poco, scomposta fuga di massa dei pericolosissimi antropomorfi del già tristemente noto zoo di Roma, verificatasi in occasione della presunta bravata del ministro Calderoli. Cosa ci volete fare? Succede sempre così quando si è costretti ad avere a che fare con i nemici della libertà. Non è certo scoperta d’oggi che questa, in tutte le sue diverse espressioni, sia il bersaglio prediletto contro cui ama coagularsi allegramente questa odiosa genìa di cresciuti appesi al capezzolo di madre ignoranza e sorella stupidità. E’ però proprio di questi giorni la triste conferma che in politica, a parlare di libertà, non si trovano mai tanti nemici sul fronte opposto quanto quelli attestati invece su quello interno. A chiunque abbia orecchie e orecchi non sarà certo sfuggita la cosa.

I più solerti nella reprensione senza se e senza ma del nostro povero ex-ministo sono proprio coloro che avrebbero dovuto, invece, essere i primi e più solerti nella sua difesa. Poveri pazzi! Che misera italietta. Ancora una volta tutti a far la fila, trepidanti di ammazzare il proprio fratello, pur di tenere alto il tasso di grazia presso l’ennesimo ricattatore a dorso di cammello di turno. Quanti di noi non hanno avuto un sussulto nel percepire un ritorno indietro del tempo ad una ventina d’anni fa, quando la residenza della politica italiana sembrava essere, più che presso gli illuminati emicicli nostrani, presso qualche mal frequentata tenda in quel di Tripoli? Certo, si dirà, quella di Calderoli è stata l’inevitabile decapitazione necessaria come prezzo dell’italico asservimento al “ricatto” economico del tiranno libico. E’ quindi a questo punto che il bravo utilitarista di turno entra per l’ennesima volta in scena. Quatto quatto, sguardo austero e faccia saccente, ecco che il meschino teorema è servito. I tripolitanici delinquenti si sono sollevati solo ed unicamente perché a ciò indotti dal malvagio Calderoli. Gli episodi di cui questi stessi gentiluomini sono stati vittima sciaguratamente finiscono col danneggiarci. Ergo, è proprio Calderoli ad essere l’unica perversa causa del nostro danno. Ma egli non è che un solo uomo: al diavolo lui e il bene comune è salvo! Ancora una volta, questo pseudoconcetto da schiavisti socialisti dimostra di essere l’oppio dei deficienti ed il più odioso stupratore dell’agonizzante signorina Libertà.

Nessuno qui è così stolto dal non vedere come davvero ci si trovi dinnanzi ad un rompicapo perverso ed apparentemente irrisolvibile. Ed è, forse, anche vero che l’unica soluzione del momento sia quella di calare le braghe davanti al “decorato” di Lockerbie. Per capire perché e per colpa di chi è sufficiente scorrere le pagine di una qualsiasi puntuale pubblicazione di storia patria. Ma, preso atto di ciò e venendo al giorno d’oggi, l’unica cosa giusta da fare non è certo quella di continuare ad assecondare assuefatti il male funesto che ci assedia. E’ piuttosto quella di capirne il com’e perché, verificandone il senso e vagliandone le conseguenze. Mettendola in un'altra maniera, si può affermare che è necessario ragionare sulle conseguenze inaspettate, quelle “che non si vedono” che scaturiscono dalla sistematica negazione della libertà, di cui il caso qui in questione non è che l’ultimo di una lunga, lunghissima lista che temo sia ben al di là dall’esser chiusa.

Partiamo dall’inizio. Il nostro ministro, aveva o no il diritto di mostrare la famosa maglietta incriminata in quanto –presunta- blasfema? In altre parole, esiste una limite invalicabile entro cui debba essere costretta la libertà d’espressione di una persona? Cioè, ha senso sostenere che la libertà può e deve avere dei limiti?

Ciò che oggi più caratterizza il triste modo di pensare in materia è stato il precedente lungo far riferimento in passato a definizioni e concetti di libertà del tutto errati e fuorvianti. A furia di sottilizzare qua e là si è finiti col perderne la vera essenza. Capite bene che in una tale situazione viene poi estremamente semplice negare questo o quel diritto a seconda che l’oppressiva maggioranza d’intellettualoidi di turno (ed i loro amici dello zoo) abbia piacere di colpire Tizio, Caio o ancora meglio il nostro Calderoli. Ecco dunque da dove nasce l’importanza di allacciare l’idea di libertà ad un solo fatto universalmente e potenzialmente valido e riconoscibile ovunque e da chiunque, sulla Terra, sia disposto a mostrare buona volontà. Non necessitano voli troppo vertiginosi per comprendere che l’unico fatto rispondente a tale requisito sia quello che ogni uomo è padrone di sé stesso. Il che implica che egli sia dunque naturalmente legittimato ad usufruire di tutto sé stesso, mente e corpo per raggiungere i fini che più gli pargano e piacciano. A questo punto, esiste un limite a ciò? Dal punto di vista negativo certamente no, ma da quello positivo, in un certo senso si, ed è proprio quello derivante dal fatto che, proprio perché l’affermazione precedente è valida per tutti, l’uso della violenza contro un’altra persona determinerebbe per essa il detrimento del pieno possesso di sé stessa: diventerebbe così una proprietà altrui! Idem quando una persona è costretta a fare o non fare qualcosa cui non naturalmente obbligata o viceversa. A questo punto, abbiamo –seppur brevemente- ricostruito un giusto concetto di libertà da cui partire.

Ora, in funzione dell’analisi del caso di persecuzione del nostro coraggioso (è bene sottolinearlo, viste le cattive circostanze cui è stato e sarà soggetto) ministro, dobbiamo verificare in quali termini si ponga la cosiddetta “libertà d’espressione” nei confronti di presunti limiti esterni al concetto di libertà come autoproprietà. Sono almeno due le considerazioni che depongono inequivocabilmente a svantaggio dell’idea di un limite di questo aspetto della libertà. La prima è che solo ed unicamente la violenza non difensiva costituisce una lesione della proprietà di sé stesso di un terzo. La seconda è che ogni uomo -persino i tripolitanici imbecilli- essendo padrone di sé stesso è anche padrone del proprio pensiero. Il fatto (oltre a deporre contro qualsiasi ipotesi di legittimazione di istituti diabolici e miserabili come i reati d’opinione) ci mostra da una parte come sia assolutamente e totalmente legittima l’esternazione del proprio essere -qualunque essa sia- e dall’altra, ci indica che qualsiasi ipotesi di limitazione della “libertà d’espressione” implicherebbe che qualcuno coercitivamente (lo Stato, i capi maomettani fanatici ecc.) stabilirebbe cosa sia giusto pensare e cosa no, avvocandosi così il diritto di proprietà sul contenuto della testa dei terzi ascoltatori! Cosa ci troveremmo di fronte, dunque, se non la negazione del fatto che anche chi ascolta ha e continua in qualsiasi caso ad avere il possesso delle idee contenute nella sua propria testa? Ecco dunque come le nostre opinioni, non gradite a terzi, non sono più questione di proprio libero convincimento ma oscenità perniciose e meritorie di castigo.

Se Tizio pronunciasse l’espressione “Sempronio è antipatico” nel corso di una conversazione con Caio, neppure un contrariamente simpaticissimo Sempronio potrà mai naturalmente pretendere castigo per alcuno dei due. Punire Tizio significherebbe punirlo perché il contenuto della sua testa –da notare che se e quanto “sbagliata” possa essere non importa- non piace a Caio. Che così violerebbe l’unico vero diritto degli uomini razionalmente sintetizzabile.

E, non di meno, violerebbe anche la proprietà dell’ascoltatore Caio cui sarebbe evidentemente negata, non solo la proprietà delle idee contenute nella propria testa, ma anche la possibilità di attivare, formando e modificandola dinnanzi a diverse prospettive di verità, la mente di sua proprietà come lui stesso decide… così, sarebbe invece Sempronio a pretendere d’esercitare coercitivamente in qualche maniera (?) una modifica della mente di Caio determinando un’improbabile ipotesi che postulerebbe, così facendo, l’estensione della proprietà di Sempronio ad una parte della mente di Tizio: cosa evidentemente folle!

Probabilmente, dopo aver letto queste righe, diventa più chiaro capire da dove nasce la schiavitù. Alacremente respinta da tutti, in teoria. In pratica… beh, vedete voi!

Da parte nostra, diciamo ad alta voce “se qualcosa non ti piace fattene una ragione. Non ascoltarla più. Cerca di dimenticartela. Se ci riesci, dimostrami che sono io a sbagliare. Dato che non ci riesci ricorri a camomilla e valeriana o, se preferisci, accenditi il narghilè. Ma non pretendere mai e poi mai di negare la naturale pretesa di ciascun uomo di manifestare il suo naturale diritto all’autoproprietà nella maniera più naturale che esista in natura: la comunicazione!”

Negare questa assoluta pretesa significa negare il fondamento stesso di tutta la libertà. Che è una, unica ed adamantina perché ha tante facce quante sono le legittime pretese che di volta in volta legittimamente sono accampate a partire dalla proprietà di sé stessi.

Per quanto riguarda la questione dell’esistenza di una presunta blasfemia, pare ora più che ovvio che per quanto riguarda il naturale diritto comune fra gli uomini -e in senso più ampio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato- un simile concetto debba rimanere totalmente indifferente. Quelle religiose sono idee della mente esattamente come qualsiasi altre ed è perciò che non vi è alcun motivo perché non valga la spiegazione precedentemente proposta. Sta poi alle singole coscienze e sensibilità religiose muoversi di conseguenza, purché nel rispetto dell’altrui eguale libertà. Proprio corpo, propria mente, proprie magliette… Perciò, sottane e palandrane brontolone di ogni dove e come, fatevene una ragione. Tenete conto che una “buona religione”, una religione di -e per- uomini liberi che amano la pace non trema dinnanzi a blasfemia alcuna. Duemila anni di Cristianesimo stanno lì a dimostrarlo. Questa considerazione dovrebbe aiutare a gettare una luce diversa sulla diversa e scomposta reazione di chi postula, al contrario, schiavitù e violenza. Chi nella religione, chi nella politica. Avrete certamente notato il losco connubio trasversale!

L’ovvia morale è dunque che il nostro ministro Calderoli aveva il sacrosanto diritto di comunicare ciò che più gli piaceva, come più gli piaceva. Anzi, vedo e rilancio; visto come si sono mobilitate le potenti ed intolleranti forze censorie benpensanti di tutt’Europa, probabilmente quel gesto era più che un diritto un superiore dovere. Da tutti oggi condannato come oltraggiosa provocazione, ritengo che il gesto del nostro ministro debba senz’altro essere ascritto nella storia della libertà ed egli essere ricordato in futuro come il campione che ne tenne accesa la fiaccola in un brutto momento, in un brutto Paese e davanti a brutte facce.

Né toglie qualcosa controbattere tirando fuori le storie della “responsabilità, buonsenso istituzionale” e le altre simili stupidaggini di cui sono soliti ubriacarci gli oscuri tessitori del compromesso e del pensiero debole.  Un simile modo di s-ragionare sostiene l’esistenza di due codici morali, uno valido per i governanti ed uno per i cittadini contribuenti e pezzenti. State ben certi che a seconda di chi e quando ciò si tradurrebbe senz’altro nella legittimazione di qualsiasi nefandezza compiuta dai primi a scapito dei secondi. In una società giusta e libera non esistono differenze di sorta fra gli uni e gli altri. Il solo buonsenso dinnanzi cui un uomo libero si possa inginocchiare è quello di difendere e preservare ad ogni costo la propria libertà.

Ma c’è dell’altro. E’ anche sotto un’ottica utilitaristica che il servilismo del momento è, non solo nocivo oggi, ma anche ipernocivo domani. Rassegnarsi ad una testa nella cesta oggi significa inesorabilmente mettersi nella condizione di doverne accettarne dieci domani. Ma anche dieci, dinnanzi al bene comune che saranno mai? Ci sarà dunque ancora gioco… così la domanda che ci troveremo a fare dopodomani sarà “quante oggi, padrone?”. Ed il giorno dopo ancora? Meditate oscure ombre d’uomini dagli sguardi austeri e facce saccenti… questo è “ciò che non si vede.”

Perché ritenere fondamentali le tesi appena esposte? Semplicemente per dimostrare che non può considerarsi naturale l’esistenza di alcun limite alla libertà di comunicare ciò che più si piace e come più si piace. Certo, se volete siete pure liberi di scagliarvi livorosi contro le leggi di natura. Ma che fare poi, quando in uno sfortunato giorno di un prossimo orwelliano futuro (date le premesse probabilmente neanche troppo lontano) in cui saremo sgozzati in diretta tv se non accetteremo di farci impiantare dentro la testa il chip del pensiero “giusto” e politicamente corretto?

Il che, sempre nella speranza che nel frattempo non si rivalutino i metodi stregoneschi dell’uomo primitivo aduso a fracassare i crani (altrui, pensa un po’…) per liberare i propri simili da certi terribili spiriti malvagi, o come forse oggi sarebbe più appropriato dire, da certe “cattive idee”. Ma perché sono tormentato da uno strano senso d’angoscia? Forse perché quelle “cattive idee” possono essere le nostre?  

E, per concludere in bellezza, giusto qualche proposta di riflessione. Tanto per capire come davvero il marcio ci assedi.

E’ normale che il novello Goffredo di Buglione, già ammiratore di quell’italico Truce che fieramente sguainò la Spada dell’Islam e sostenitore numero uno dei patri parassiti statali, rivolga il proprio fiero impeto contro un ministro dell’unica forza che in Italia davvero si sia battuta per tenere alto il nome e l’idea di libertà, e che affonda le proprie radici nella radiosa epopea di quelle libere e cattoliche città settentrionali del Duecento italiano che i tiranni non li celebravano ma combattevano? Proprio quelle città da cui mosse i primi passi, proprio grazie ad un illuminato cattolicesimo tollerante, ciò che sarebbe poi diventato il moderno sistema di produzione capitalistico. Che, essendo l’unico ad avere mai garantito libertà e pace sulla Terra, è anche il nemico numero uno degli schiavisti socialisti di ogni religione e di ogni partito. Perché ogni volta che si pensa all’Islam ed ai suoi fiancheggiatori d’Occidente, viene fuori puzza di schiavitù? Allora, oh Buglione sguardo austero e faccia saccente, dimostra che ci stiamo sbagliando: rivolgi, per una sola volta, la tua superba furia contro quella parte che è l’unica veramente degna d’essere combattuta. Vincerà solo colui che non fugge.

 

P.S. ma, per quanto riguarda gli antropomorfi di quel terribile zoo? Anche loro hanno diritto alla libertà? Mah… la risposta è soggettiva e dipende unicamente dalle considerazioni che ognuno di noi ricava dal famoso “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”. Amen.
postato da: marcomura alle ore 14:08 | Permalink | commenti (2)
categoria:teoria