domenica, 17 giugno 2007

Lo spreco ed il consumo di questa straordinaria ed irripetibile ricchezza materiale ed immateriale [l’ambiente], ripetutamente riconosciuta dall’UNESCO, sono stati spesso perpetrati con l’inganno delle molteplici ed inutili cattedrali nel deserto che di volta in volta si chiamano seconde e terze case, eolico, assalto indiscriminato alle coste, servitù militari, turismo posticcio che veicola l’unica immagine della nostra isola promossa da improbabili e poco autorevoli sponsor che pretendono di parlare per noi. (Tratto dal volume Due anni e mezzo di governo della Regione 2004-2006, Regione Autonoma della Sardegna, 2007, www.regione.sardegna.it.).

Ragione suggerisce piuttosto che il vero deserto subentrerebbe inesorabile qualora venissero a mancare anche le seconde e terze case che tanto fastidio danno ai signori della Sinistra sarda, così come a quella italiana. In fondo, per chiunque abbia un barlume di discernimento in ambito economico, i conti tornano: la casa non è forse una proprietà privata?
Sul turismo estivo, la dice lunga l’espressione scelta: «assalto indiscriminato». Come se non si stesse parlando di lavoro – di gente che investe, di gente che mangia – ma di un’azione di Hamas (la cui ideologia socialistoide non deve essere considerata un caso) ai danni di inermi e ignari padri e madri di famiglia.
La buffonata dell’eolico è poi una faccenda tutta interna alla Sinistra sarda e italiana. In un passato non troppo remoto lo invocavano a gran voce come benefica panacea ai mali energetici (naturalmente, creati dallo Stato... e dai chi altri?). Oggi, con la Sinistra in Via Roma, si ostacola il completamento dei nuovi impianti e si vorrebbe chiudere quelli già realizzati. Senza dubbio un nitido esempio di “buona amministrazione”, coerenza e lucidità mentale.
Sulle servitù militari ce n’è abbastanza per condividere. Naturalmente, però, perché valga la pena appassionarsi a tale questione il discorso pratico dovrebbe vertere sull’opportunità di cedere quelle aree ai privati. Non cianciare sul perché debbano essere divorate dal demanio regionale piuttosto che restare di pertinenza dell’esercito.
Dal momento che sembra esserci qualcuno che ne abbisogna, sulle cattedrali nel deserto viene spontaneo notare – senza dilungasi in approfondimenti – che è l’intervento dello Stato a produrre tali obbrobri. La vera cattedrale nel deserto, allora, sembrerebbe essere proprio la politica: costa, fa danni e nessuno la vorrebbe se si svelasse al mondo il suo vero volto.
«Turismo posticcio»? Curiosa definizione. Ne suggerisco una seconda, forse più prosaica ma sicuramente coerente con la ragione e in linea con la realtà delle cose: «turismo che in tre mesi mette una famiglia in condizione di campare per un anno intero».
Anche noi inorridiamo al pensiero dell'immagine della Sardegna «promossa da improbabili e poco autorevoli sponsor che pretendono di parlare per noi»: i politicanti demagoghi.
Senza far finta di non sapere che in nessun contesto esisterà mai un «noi» che non sia mero stenogramma di tanti “io”, ciascuno animato – a seconda dei casi – dalla dedizione al lavoro e dalla consapevolezza delle proprie responsabilità oppure dal furore idealista e dalla superbia pianificatrice.

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venerdì, 06 aprile 2007
Quotidiano Libero del grande Vittorio Feltri. Prima pagina: «Giù le mani dalla polizia». Figurarsi! Non sarebbe stato più appropriato: «Giù le mani della polizia»? Piè pagina: «I frati infuriati con i poveri: “Li sfamiamo e loro ci derubano”». Che ingrati! I frati. I quali, oltretutto, ostinandosi a non comprendere la profonda inopportunità della loro opera pseudofilantropica, hanno la bella idea – apprendiamo a pagina 16 – di reclamare a gran voce un «sindacato delle onlus». «Diversamente si sarà ostacolati nel proprio compito di solidarietà». Non pensavo che la mia avversione nei confronti di queste istituzioni collettiviste sarebbe potuta aumentare. Stando a quanto riportato a Pagina 17 il Papa in persona avrebbe detto: «L’agnello era lui. Gesù non lo mangiò». Saranno contenti gli amici degli animali. Preferendo il sottoscritto essere amico dell’uomo – specie se di sesso femminile – piuttosto che degli animali e degli animalisti farà anch’egli un modesto sacrificio: per una volta, domenica, mangerà agnello. Giusto per non essere blasfemo. Mica si crede Dio!
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giovedì, 16 novembre 2006

Ciao Prof. Friedman.

Ora, la ciliegina sulla torta rispetto a quanto ho pubblicato ieri. Un breve stralcio dalla mia tesi. «Sfacciato d’un bertoldo vanesio!» brontolerebbe la mummia francese... Che, per quanto mi riguarda, può continuare a starsene al sulfureo calduccio delle adiacenze "chiappesche" del demonio, lui e tutti gli altri virtuosi e infervorati amanti della “patria” e baciapile del potere (ma ci andavano a letto con questa vecchia baldracca? Brr... Mi si gela il sangue, ricordando che l’unico buco che essa – invariabilmente? – vanta è quello nei “suoi” conti). Comunque, chissà sotto quale stano influsso ero quando ho scritto la sezione da cui ho preso gli excerpta... La morale è che vedeva giusto il Montesquieu delle Lettere persiane (coerentemente con l’idea austriaca e, ancora prima, scozzese – mentre sul tema, Locke vaneggiava un pochino, ma non per questo gli vogliamo meno bene): non esiste, né mai lo è esistito, alcuno “stato di natura” che non sia un mero (controproducente, ma vallo a spiegare a chi lo usa!) espediente logico... Così se la prende nella sacca delle arance pure quel furbacchione di John Rawls e la sua strampalata superstizione degli uomini sonnambuli che aleggiano per le ineffabili lande di un altrettanto oscuro Iperuranio a sottoscrivere veri contratti come se sapessero veramente cosa è un contratto e conoscessero ciò che è vero, ancora prima di esser loro stessi tali. F*ck, yeah!

 
STATO DI NATURA

Si è vista, nel secondo capitolo, la confusa posizione pilatiana riguardo a contrattualismo e stato di natura. Adesso, siccome si è fin troppo fatto notare le numerose aporie dell’autore trentino, sarà divertente sottolineare quelle del mostro sacro di La Brede. Lo si prenda un po’ come un “atto di giustizia” nei confronti dell’illuminista emarginato. Nelle lettere Montesquieu scriveva: «Se gli uomini non si unissero in società, se si abbandonassero e si fuggissero l’un l’altro, si dovrebbe domandarne la ragione e ricercare perché si mantengano separati; ma essi nascono già legati gli uni agli altri; il figlio è nato vicino al padre e ci rimane: ecco la società e la causa della società»[1]. Quindi è evidente che – correttamente, dal mio punto di vista – Montesquieu non pensa alla società naturale se non come un mero artifizio logico. Mentre nello Spirito delle leggi scrive: «Come hanno rinunciato alla loro indipendenza per vivere sotto le leggi politiche, gli uomini hanno rinunciato alla comunità naturale dei beni per vivere sotto le leggi civili. Quelle prime dettero loro la libertà; le seconde, la proprietà. Non bisogna decidere secondo le leggi della libertà, la quale [...] non è che l’impero della legge che riguarda la città, quello che dev’essere deciso soltanto dalle leggi che concernono la proprietà. [...] il bene particolare deve cedere dinanzi al bene pubblico [...] nei casi in cui si tratta dell’impero della città, cioè della libertà del cittadino; non ha luogo nei casi in cui si tratta della proprietà dei beni, perché il bene pubblico è che ciascuno conservi invariabilmente la proprietà assegnatagli dalle leggi civili»[2]. Faccio mie le parole di un maestro liberale francese che, circa cent’anni dopo, scrisse: «L’infatuazione volgare avrà un bel gridare: è Montesquieu, dunque è magnifico! sublime! avrò il coraggio della mia opinione e dire: Cosa? avete la sfacciataggine di trovarlo bello? Ma è spaventoso! abominevole! E queste citazioni, che potrei moltiplicare, mostrano che nelle le idee di Montesquieu, le persone, le libertà, la proprietà, l’umanità tutta non sono che materiali propri a esercitare la saggezza del legislatore»[3].

[1] Montesquieu, Lettere persiane, cit., XCIV 187-188.
[2] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., 831.
[3] Frédéric Bastiat, La legge, a cura di Nicola Iannello con introduzione di Carlo Lottieri, Leonardo Facco Editore, Treviglio (BG), 2001, pag. 61.

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mercoledì, 15 novembre 2006

MONTESQUIEU, BOIATE E FIGLI DI MINIGONNA

(La lettura del cappello introduttivo è assolutamente sconsigliata ai minori!)

Chi ha detto che non si può cagare in testa ai “nostri” amati illuministi continentali, i mostri sacri del retrivo pensiero social-bigotto-conservatore? Ahi! Anatema! Al rogo, al rogo! Come osi, pezzente d’un insignificante laureando?! Mah, non so... Sarà che consumarmi full-time sugli ultimi esami ha – temporaneamente, s’intende – affievolito la mia vis polemica. Sarà che a furia di immedesimarmi nello squallido travet fancazzista – l’eroe di ogni studente speranzoso nella sua superstizione pubblicistica – il mio élan vital sembra essersi ritirato per migliori occasioni. Come che sia, la morale è che non ho proprio voglia di controbattere a una simile obiezione. Tanto più che – impegnandosi davvero nella lettura di questi iperrazionalisti folli – le boiate stanno tutte lì in bella mostra. Pronte per essere sbeffeggiate dagli uomini di buona volontà. O ignorate colpevolmente dai parrucconi imbroglioni, figli di minigonna. Attenzione, non voglio – perché passerei veramente per stupido – sostenere che dal cilindro dello stregone di La Brede sia venuta fuori solamente sporcizia collettivista. Ma provate a paragonare lo scientismo determinista – che invariabilmente partorisce l’orrore del collettivismo in ogni sua variante (sinistra, destra... ma avete mai ascoltato le carabattole dei destrorsi?) – all’acume individualista di John Locke, Étienne de La Boétie e Edmund Burke, giusto per citarne fra i meno lontani nel tempo. Questi sì che avevano capito tutto della natura umana. Ma povero francesino... che pretendeva i Tedeschi forti, vigorosi e gagliardi a causa del rigore ambientale e gli Italidioti (specie se in tonaca) corrotti, pusillanimi e “coddaproccusu[1] a causa della soave temperie. In sostanza stava dicendo: signori non esiste un vero libero arbitrio, l’uomo può solo sbagliare rispetto ai «rapporti necessari delle cose» (che, come per Aristotele, comprendevano la schiavitù e, più in generale, il potere dell’uomo sull’uomo) ma se esistono popoli di superuomini (tedeschi protestanti) e di mediocri (italiani, spagnoli cattolici più negri sparsi qua e là) è tutta causa delle leggi del clima. Non fa un po’ troppo razzismo? Giusto nobilitato dalla maledetta aura mistica del manto della scienza... che Dio vi maledica! Senza dimenticare che Montesquieu era affetto sia da misoginia che da ecmesìa, la componente psicologica da cui scaturisce l’idealizzazione tipica dei conservatori – contro cui Popper non si stancava mai di metterci in guardia – che li porta ad imporre la loro personale stereotipizzazione della società e delle cose del mondo: un tempo dell’oro – mai esistito, uno splendore di libertà romana – mai esistita, un avito amore per la patria e l’altruismo – per carità, salvo per certa feccia – l’unica monade che ha davvero scosso in lungo e in largo la miserabile storia dell’umanità – mai esistito neppure quello! Bene, s’è fatto tardi. Come spesso capita dopo una fastidiosa giornata di studio la foga mi ha fatto tralasciare la metà dei miei pensieri. Poco male. E ricordate: professori, magnifici, chiarissimi, eminentissimi, e balle varie «non sono che uomini». Come me e come te che hai cura di leggere – ma sei matto? Quanti anni hai? – queste righe. Anzi, più piccoli, perché spacciano le loro sedimentate boiate per la verità rivelata. Stay tuned! 

«La libertà può consistere soltanto nel poter fare ciò che si deve volere, e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere. [...] La libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono»[2]. Dal punto di vista dei fautori della libertà individuale non si tratta di essere sospettosi solo dei funzionari e dei governanti, ma anche dei legislatori. In questo senso, non possiamo accettare la famosa definizione di Montesquieu della libertà come “il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono di fare”. Come notò, a tale proposito, Benjamin Constant: “Non c’è dubbio che manchi la libertà quando la gente non può fare tutto quello che le leggi le permettono di fare; ma le leggi potrebbero proibire tante cose, da eliminare del tutto la libertà”»[3].

«Si possono esigere tributi più forti in proporzione alla libertà dei sudditi; e si è costretti a moderarli a misura che la servitù aumenta». E ancora: «negli stati moderati vi è un compenso per la pesantezza dei tributi: la libertà»[4]. Quale nefasto allucinogeno può aver partorito una simile tesi?

«A persone alle quali basta il necessario non resta da desiderare che la gloria della patria e la loro propria. Ma un’anima corrotta dal lusso ha ben altri desideri. In breve diviene nemica delle leggi che la impacciano»[5]. Sarà forse perché non esistono persone «alle quali basta il necessario»?

«La democrazia deve dunque evitare due eccessi: lo spirito di disuguaglianza che porta all’aristocrazia o al governo di uno solo; e lo spirito di uguaglianza estrema, che la conduce al dispotismo di uno solo»[6]. In filosofia si devono evitare due eccessi: la stupidità che porta a mettersi in ridicolo o a delirare; e la stupidità estrema, che impedisce di rendersene conto.

«Le macchine, il cui scopo è di rendere più rapida la confezione, non sono sempre utili. Se un’opera si scende a un prezzo mediocre, che conviene egualmente a chi la compra, e all’operaio che la eseguita, le macchine che ne semplificassero la manifattura, cioè che diminuissero il numero degli operai, sarebbero perniciose; e se i mulini ad acqua non fossero stabiliti ovunque, non li riterrei tanto utili quanto si dice, perché hanno fatto stare in ozio una quantità di braccia, hanno privato molta gente dell’uso delle acque, e hanno fatto perdere la fertilità a molte terre»[7]. E anche tu, natura crudele... che facesti l’uomo con due mani, al solo scopo di moltiplicare le bocche senza pane!

«La libertà consiste principalmente nel non poter essere costretti a fare una cosa che la legge non ordina: e ci si trova in questa condizione soltanto perché si è governati da leggi civili: dunque siamo liberi in quanto viviamo sotto leggi civili. Ne deriva che i prìncipi, i quali fra di loro non vivono sotto le leggi civili, sono liberi»[8]. Poverini, chissà quale sofferenza!

«Il santuario dell’onore, della reputazione e della virtù sembra trovarsi nelle repubbliche e nei paesi dove si può pronunciare la parola Patria. A Roma, ad Atene, a Sparta, l’onore solo era la ricompensa per i più segnalati servizi: una corona di quercia o di alloro, una statua, un elogio, era una ricompensa grandissima per la vittoria in una battaglia o la conquista di una città»[9]. Ogni giardino dell’Eden chiamato «patria» non è che uno stato che si appresta allo sterminio.

«Non ci si può capacitare che Dio, il quale è un essere saggissimo, abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, in un corpo nerissimo. [...] Una prova che i negri non hanno il senso comune è che fanno più caso di una collana di vetro che dell’oro, il quale, nelle nazioni civili, ha tanta importanza. È impossibile per noi supporre che costoro siano uomini»[10]. Al contrario, ci si può facilmente capacitare che Dio non abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, nel corpo di Montesquieu. Una prova che non avesse il senso comune è che mentre il popolo si spezzava la schiena oppresso dai governi, egli se ne stava beato a filosofeggiare col Diavolo alla ricerca di mille modi per ingrossare il potere di quegli oppressori.


[1] Attenzione! Trattasi di volgarissimo insulto sardo, secondo le fonti più interessate, coniato da un mio vecchio compagno – immagino che definirlo amico mi si ritorcerebbe contro – delle medie inferiori. Si prega, volendone riproporre l’utilizzo, di prestare la massima perizia. Filologicamente infatti, l’espressione ha il significato di «uomo depravato, talmente allupato da compiere atti sessuali su un maiale». Cosa volete, conseguenze impreviste della vita di montagna!
[2] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 308.
[3] Bruno Leoni, La libertà e la legge, cit., pag. 171.
[4] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 374.
[5] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 247.
[6] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 264.
[7] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 754.
[8] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 836.
[9] Montesquieu, Lettere persiane, cit., LXXXIX, pag. 183.
[10] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, cit., pag. 405.

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lunedì, 01 maggio 2006

NON IN MIO NOME!

Nel giorno della patetica celebrazione autoreferenziale dei sindacalisti padroni d’Italia e degli ingenui “lavoratori” turlupinati, loro complici incoscienti, il mio pensiero di solidarietà va tutto a coloro che vivono ai margini della società, impossibilitati a ricoprire in essa il giusto ruolo che le loro capacità gli meriterebbero, a causa della maledetta opera di queste meschine persone. E’ curioso che proprio chi non ha mai lavorato in vita sua (nella normale delle ipotesi ha vissuto dello sfruttamento parassitario a danno dei pochi e veri lavoratori onesti, dei forzatamente disoccupati e dei contribuenti sciagurati) tenga alte le insegne con sopra stampate le più struggenti odi al sacrificio del lavoro.

“Festa del lavoro” farebbe venire in mente una circostanza pacifica e festosa in cui lavoratori e datori di lavoro si stringono la mano e si ringraziano vicendevolmente per l’opera da ciascuno prestata. Come potrebbe, infatti, esserci ricchezza e benessere, come potrebbe esistere la società se mancasse uno dei due? Potrebbe esistere un “datore di lavoro” se non ci fosse il “lavoratore”? Certo che no, ma che fine farebbe il “lavoratore”, magari l’operaio altrimenti semi-analfabeta, se non ci fosse il dinamico genio imprenditoriale del “datore di lavoro”?

Invece, ahimè, apriamo la finestra o accendiamo il televisore e, confusi, constatiamo che il primo maggio è un giorno disgustoso per livore, risentimento e invidia. Solo l’operaio lavora, mentre l’imprenditore (che normalmente è l’odiato “padrone”) non fa che campare alle sue spalle impoverendolo e sottraendogli ingiustamente i frutti del proprio lavoro, spalleggiato dai “neoliberisti” complici colpevoli dell’ignobile misfatto. Sull’onda emozionale delle sbronze di cruda vendetta ideale (insomma…) del 25 aprile, bocche da serpente vomitano per tutta la giornata insulsi slogan socialisti contro tutto ciò che permette alla società umana di distinguersi da quella dei molluschi. Ma, qualcuno ancora sa che le deliranti proclamazioni di carlo marx erano false ed in mala fede ieri proprio così come lo sono oggi quelle dei suoi contemporanei adulatori mentecatti. Cari socialisti di merda, è questa la vostra fraternité? O è l’egalité? Io davvero non capisco, ma forse questa è questione di liberté socialista…

Nel giorno della celebrazione del parassitismo e della malafede, nel giorno in cui tutti si tengono stretti lavoratori socialmente utili e pensionati scrocconi (vittimologie ottimo viatico per il potere politico), il giorno della demagogia che spalanca le porte allo sfruttamento del disonesto sull’onesto, del fannullone sul laborioso, della politica sull’industriosità della società civile, un caro pensiero va anche agli “sporchi” padroni e agli “avidi” imprenditori di questo maledetto paesuncolo “borghese”. I veri eroi siete voi! Grazie. Grazie davvero!

Infine, avrete capito tutti, questa non è la mia festa. A queste condizioni non potrà mai esserlo; perché deve essere lo stato a decidere quando e cosa si debba festeggiare? Basta con l’imposizione di fatue ricorrenze celebratrici dell’orrendo divoratore di uomini chiamato “volontà generale”. Perché non posso festeggiare i “padroni”? Se non si può trovare una via d’accordo comunemente condivisa non stiamo che imponendo la discutibile volontà di una cricca di pazzi fanatici alla lucida e sobria indifferenza di chi davvero conosce il senso della parola “lavoro”. Non rimane che una soluzione: aboliamo questo giorno della vergogna!
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mercoledì, 19 aprile 2006
QUELLO CHE MOLTI PENSANO MA NESSUNO DICE…
Una bella porcheria. Non sto riproponendo il consueto ritornello sulla (per i destrorsi) sciagurata legge elettorale che sembrerebbe aver regalato il ritorno nella stanza dei bottoni all'Unione sinistri associati. Per chi scrive, quest'ultimo accidente nulla può contro il proprio sistema nervoso. Anzi, da libertario coerente, non aspettavo altro che poter iniziare a sparare ad alzo zero contro un governo di certo (mi si riconoscano i fondati motivi per essere "presuntuoso di sapere") peggiore del precedente, in fondo capitanato da un imprenditore stimabile e persino simpatico.
La vera porcheria, qui, altri non è che madama democrazia. Esatto, proprio la scostumata madre di tutti i mali del mondo contemporaneo. Non solo perché è un sistema che instaura un circolo "virtuoso" fra le persone più cattive ed invidiose armate da folli ideologie ed i più miti ed ingenui cittadini disinformati. Ma perché è un sistema inefficiente per il raggiungimento degli stessi scopi che da essa pretendono si raggiungano i suoi adulatori: il mondo perfetto. Le poche righe che seguono non rappresentano che una breve ricognizione sulla sua ingiustizia ed inefficienza. Nell'ambito del costituzionalismo, vi sono tre accezioni in cui si fa riferimento alla madama dai facili costumi. Il "principio funzionale", il "principio di rappresentanza ed infine il "principio di organizzazione politica". Vediamoli più da vicino.
Con (a) principio funzionale si fa riferimento alla tecnica tramite cui un collegio può decidere. Vi è in tale idea, il necessario appoggio ad una concezione di eguaglianza degli aventi diritto al voto. In altre parole, nel computo delle teste, quella di cazzo vale né più né meno di quella di un genio! Ma dove sta l'efficienza in una simile ipotesi? V'immaginate che ne sarebbe delle società commerciali qualora s'imponesse che chi detiene lo 0.002% delle azioni abbia lo stesso peso di chi ne detiene il 10, anziché il più equo ed efficiente voto ponderato (second-best "democratico")? Di certo il fallimento busserebbe alla porta di amministratori e revisori ben prima della fine dell'esercizio! Inoltre, quello che nessuno ha il coraggio di far notare, è che il connubio democrazia e eguaglianza (Rivoluzione francese, ti odio!) in ogni caso non si risolve che in un'oligarchia tirannica, quando non in una tirannide vera e propria. Perché? Beh, mi pare evidente. Supponiamo che, su 30 votanti, la fazione A ottenga 16 voti mentre quella B si fermi a 14, appena due in meno. Dal momento che una testa vale l'altra è possibile qualificare come compensati i primi 14 voti per A con i soli 14 di B. Dunque, visto che in realtà i soli voti che hanno fatto la differenza a favore della fazione A sono gli ultimi due, è obbligatorio concludere che la decisione abbia potuto essere adottata per la volontà di due soli votanti. Due soli, ma in altri casi sarebbe potuto bastare uno solo. Che nome volete dare a tutto questo? Io voto per "tirannide", se condividete annuite con un cenno del capo altrimenti potete continuare a farvi turlupinare beatamente dai sacerdoti della religione civica.
Per quanto riguarda (b) il principio di rappresentanza, cioè il mezzo attraverso cui si eleggono gli squallidi consessi rappresentatiti, vale lo stesso ragionamento. Il metodo è talmente inefficiente che anche un unico solo vecchiaccio che muore il giorno dopo la votazione potrebbe deciderne l'esito, determinando ad esempio quale sarà la maggioranza che rapinerà per i successivi cinque anni gli sventurati "sopravvissuti". E pensare che la situazione può essere ancor più peggiorata, e nella realtà lo è quasi sempre, con l'adozione di leggi elettorali ancor più lesive della presunta volontà della "pecorosa" massa di votanti quali l'uninominale e le quelle prevedenti "premi di maggioranza" e balle varie.
Secondo l'ultima accezione, la democrazia come (c) principio di organizzazione politica rappresenterebbe il criterio attraverso cui si strutturano i rapporti fra i maiali di diversi partiti che poggiano i prosciutti nei parlamenti, e lo strumento con cui i cittadini possono giudicare la responsabilità politica della maggioranza di governo "democraticamente" formata. Che dire? Intanto, come per il precedente punto, valgono le stesse considerazioni fatte in merito al primo. In secondo luogo è da segnalare un'intrinseca contraddizione del binomio democrazia-eguaglianza, in quanto evidentemente una coalizione di governo è sempre formata da gruppi parlamentari di differente consistenza numerica (mentre la qualità è un dato generalmente omogeneo: rasente lo zero assoluto). Terzo, anche Pulcinella sa che proprio i partiti sono le uniche associazioni in cui, in realtà, delle decisioni "democratiche" non si conosce che il mito. Sul giudizio della responsabilità politica, lo ammetto, non so cosa dire. Gli unici giudizi sull'operato altrui da me compiuti sono quelli che compio quotidianamente quando vado a fare la spesa, quando compro un libro, un disco o cambio il computer. Io decido per me. Tenetevi l'anima in pace perché se questo non è "democratico", niente mi può preoccupare di meno!
Non dimentichiamo che tutta la venerata social-democrazia che è venuta fuori dalla caduta delle grandi monarchie, altro non è che il sistema in cui grazie alla democrazia sono i "migliori" che governano agendo secondo le "migliori" strategie e che raggiungono i "migliori" risultati. Ma c'è qualcuno che dice "no!" alle radiosi prodigi dei "soc" e alle "dem". L'unica regola giusta ed efficiente per l'assunzione di qualsiasi decisione non può che essere quella della titolarità della proprietà. Ognuno decide del suo, in accordo alle immutabili leggi che la natura ha voluto fornire all'Uomo. Se invece amate partecipare a comunioni enormi ed inefficienti, come lo Stato, cazzi vostri! Come potrebbe esserci efficienza nell'assunzione delle decisioni e soddisfazione dei risultati raggiunti? Non venite poi a lamentarvi piagnucolando di aver capito che la democrazia è, esattamente al pari di qualsiasi forma di politica, una spregevole forma di schiavitù. Come definire, altrimenti, l'imposizione coercitiva dei ripugnanti valori e dei folli progetti della maggioranza nei confronti di una minoranza indifesa e riluttante? Dove sta la giustizia di un tale sistema? E l'efficienza? Da libertario non posso non sottolineare che politica (l'arte di rapinare) e democrazia (il metodo per decidere chi e come deve cimentarvisi) non possono trovare alcuno spazio nella prospettiva proprietaristica libertaria. E' quindi bene che, anche chi di recente si è affezionato all'ingenua e sciagurata idea (vecchia più del cucco ma di certo più stupida) di poter cambiare in meglio le cose attraverso politica, inizi a ragionare e comportarsi coerentemente. L'avvicinamento verso una società libera conosce un'unica strategia ed un'unica priorità: diffondere la vera cultura proprietaristica contro ogni forma di schiavitù e tirannia, politica e democrazia incluse. Di cartelli elettorali, partiti e partitini, destinati a smerdare ancora di più il pensiero liberale non ce n'è proprio bisogno.
Due ultime parole velenose. Non faccio che udire e leggere che i soliti maialozzi d'una sponda e dell'altra -romantici consociati dell'occhio lucido- si compiacciono già, fra una "machiavellazione" e l'altra, all'idea della grassa coalizione. Di certo, non è priva di fondamento l'ipotesi di finire nei Casini. Un magna magna stile anni '80 in fondo non dispiacerebbe a nessuno. C'è posto per tutti: "Fuori il "Cencelli", aprite i cancelli!". Quello però che molti pensano ma nessuno dice è che anche i signori del Centrodestra, se avessero vinto anche per un solo voto, certamente poco propensi si sarebbero mostrati a sopportare le geremiadi sul risultato così "incerto" e a implorare di avere anche loro l'accesso al truogolo consociativo. Se in teoria, un tale governo -che poco governa- sarebbe da benedire ed evocare ad alta voce, non meno vero è che la poca azione da esso prodotta sarebbe sicuramente diretta verso le tasche dei cittadini "democraticamente" idioti. E purtroppo per noi, anche dei non "democratici". Nel regno delle favole l'economia andrebbe ad un liberale e le "libertà civili" (che roba è?) ai progressisti. Nel mondo reale vi beccate Prodi e Bertinotti. Zitti e a cuccia…
 Ultima considerazione. Per unanime riconoscimento, pare che il puzzolente Stivale abbia assunto le virtù proprie di una mela spaccata a metà. Due duplici metà, aggiungiamo noi, dal tasso di verminosità decisamente differente. La prima, ovviamente, è quella fra il popolo del Centrodestra e quello dei neo-post comunisti ed amici chiar-o-scuri. L'altra, immediata conseguenza della prima, quella che vede il Nord imprenditoriale, produttivo e dinamico contrapposto al Mezzogiorno dell'assistenzialismo, dello spreco, e del clientelismo. Mi pare di sentire quello che molti pensano ma nessuno dice a riguardo. Non sarà il caso di rafforzare la coscienza di libertà che in ogni uomo arde, anche se magari proprio in fondo all'animo, ed incominciare a parlare seriamente di federalismo come strumento di libertà e ricchezza e secessione come traguardo ineludibile? Non vedete che lo stato unitario aggiunge schiavitù alla duplice schiavitù? Schiavitù democratica. Schiavitù socialista. Schiavitù in casa propria!
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